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La quinta stagione

di 

- Peter Brosens e Jessica Woodworth hanno presentato in competizione a Venezia un’opera visivamente sorprendente e carica di simboli.

La quinta stagione

Dopo aver girato Khadak [+leggi anche:
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in Perù, il duo di cineasti composto da Peter Brosens e Jessica Woodworth realizzano il terzo capitolo della loro trilogia nelle Ardenne belghe, dove vivono. La quinta stagione [+leggi anche:
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(The Fifth Season) è un’eloquente riflessione mistico-ecologica su un mondo che ha scelto un luogo freddo e isolato per scatenare la sua implosione. Questa coproduzione tra Belgio, Francia e Paesi Bassi è stata presentata in competizione alla Mostra di Venezia e il pubblico lo ha accolto con calore, come per riscaldarsi dall’inverno senza fine in cui questa favola apocalittica lo ha immerso.

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Quando arriva il momento di cacciare l’inverno in questo piccolo villaggio di agricoltori belgi, il popolo si riunisce per una cerimonia la cui origine folklorica risale alla notte dei tempi. Un falò è pronto per immolare una rappresentazione impagliata della stagione che paralizza le colture e raffredda i cuori. Ma nonostante gli sforzi, le torce non riescono a resuscitare il Grande Fuoco. Senza di esso, l’inverno continua una, due, tre stagioni in più. Mano a mano che il villaggio viene travolto da una crescente depravazione, gli alberi cadono e la fauna non si riproduce più e muore. Le anime si inaridiscono e gli uomini regrediscono a uno stato istintivo, cupo e brutale. Pol, apicoltore nomade e ozioso, ha scelto la stagione sbagliata per installare il suo caravan ai bordi del villaggio. Lo straniero e suo figlio handicappato vengono a poco a poco designati come capri espiatori e la folla prepara un nuovo falò, molto meno festivo…

Malgrado un budget modesto e il vincolo di girare le quattro stagioni del film durante un solo mese invernale che è stato dei più rigidi, La quinta stagione è un bello schiaffo visivo. La fotografia di Hans Bruch Jr. conferma un talento da esteta già mostrato nei film di Gust Van den Berghe (Little Baby Jesus of Flanders [+leggi anche:
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) e il linguaggio della cinepresa — ampiamente dominato dal principio dell’iper costruzione di lunghi piani sequenza — fa da narratore in questa opera che risulta, nella filmografia dei registi, quella che dà più importanza a una storia.

La suddivisione in stagioni non è una novità, ma il renderle ugualmente invernali in tutti i segmenti conferisce al film un’atemporalità apocalittica, sbiadita, come abitata dall’opera di Breughel. Il ritmo lancinante delle immagini e del loro accompagnamento musicale allontana un po’ lo spettatore, che fluttua al di sopra della storia dei personaggi (per lo più attori non professionisti o al loro primo ruolo), tutti portatori di una profonda "belgitudine". Tuttavia, l’allegoria si fa universale grazie a numerosi simboli e a una cupa ambiguità tutta attuale. Lo spettatore attento non mancherà di rilevare i rapporti con i due film precedenti dei registi, uniti da un’attenzione particolare all’evocazione visiva e al montaggio poco convenzionale. Il resto è una questione di sensibilità tematica, che i registi riassumono come rispondendo a una citazione di Werner Herzog: "Che cosa abbiamo fatto ai nostri paesaggi? Abbiamo messo in imbarazzo i nostri paesaggi!".

(Tradotto dal francese)

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