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Camille Claudel 1915

di 

- Juliette Binoche interpreta una Camille Claudel malata che lascia il segno in concorso alla 63ma Berlinale.

Camille Claudel 1915

Per raccontare la storia di Camille Claudel, Bruno Dumont utilizza due cartelli esplicativi all’inizio e alla fine del suo film. Tra l’uno e l’altro, non si svolge un semplice biopic sulla scultrice, ma si racconta l’isolamento di una donna che “non è più una creatura umana” e che soffre di un distacco affettivo (la sua famiglia, il suo ex amante) e materiale (il suo atelier, i suoi strumenti, le sue opere). Come indica l’anno inserito nel titolo, Camille Claudel 1915 [+leggi anche:
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 capta un istante della vita dell’artista che fu amante e allieva di Rodin, ma che passerà 29 anni della sua vita rinchiusa in un manicomio dove finirà i suoi giorni nel 1943.

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 impone il suo ritmo alla competizione di questa 63ma Berlinale con un film austero che ripercorre un periodo molto breve — pochi giorni — dilatandolo, per rilevare il peso di ogni secondo. Il cinema di Dumont rimane così intatto, disturbante. Per elaborare la sceneggiatura, Bruno Dumont si è basato sui rapporti medici e sulla corrispondenza epistolare tra Camille e suo fratello Paul (Jean-Luc Vincent), che durante il film andrà a farle visita una volta. In un segmento parallelo, Paul fa di questa visita una tappa del proprio cammino verso la fede, e ad eccezione del suo monologo e di quattro o cinque pagine di dialoghi riconducibili a Camille, il film è molto poco parlato.

Il regista limita così qualsiasi impressione di testo recitato, cosa che ha sempre tenuto a fare in tutta la sua filmografia e nel suo lavoro con attori non professionisti. Ha girato in un vero manicomio con i suoi pazienti e il suo personale, che si muovono intorno a una Juliette Binoche abitata dal personaggio di Camille Claudel, tra sofferenze e illuminazioni. L’attrice — che ha la stessa età di Camille — dà prova di una performance impegnativa basata su un’idea precisa dello stato emotivo del personaggio, sebbene liberamente improvvisato. E’ la prima volta che Bruno Dumont lavora con una star ed è forse questo che fa di questo film un’opera a parte sia nella sua filmografia che in quella dell’attrice, che è stata la prima a contattare il regista per lavorare con lui.

Camille Claudel 1915 non si concede molti artifici, per esistere in un minimalismo in cui ogni dettaglio è suscettibile di influenzare un’inquadratura. La disperazione di Camille è palpabile, collerica o silenziosa, e lo stesso vale per la speranza simbolizzata dalla visita di Paul. La contemplazione del film passa per una riflessione sull’arte — paradossalmente, senza arte — e sulla fede. E’ una questione di limite tra il sacro e il profano, di una ritualizzazione della miseria operata da una donna tenuta rinchiusa in manicomio, quando invece è evidente che è la più sana di tutti.

(Tradotto dal francese)

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