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LOCARNO 2018 Cineasti del presente

Recensione: All Good

di 

- LOCARNO 2018: Il primo lungometraggio di Eva Trobisch mette in scena una negazione che risulta insostenibile: una violazione intollerabile soffocata nel silenzio e sprofondata nella normalità

Recensione: All Good
Aenne Schwarz in All Good

Più la sentiamo ripetere che “va tutto bene”, più ci appare evidente che Janne (Aenne Schwarz), che accompagniamo praticamente senza stacchi dall’inizio alla fine di All Good [+leggi anche:
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, non riuscirà a cancellare il ricordo di quella serata. Nel suo primo lungometraggio, in lizza a Locarno nella sezione Cineasti del presente dopo un’anteprima mondiale a Monaco riconosciuta da tre premi, tra cui il FIPRESCI (leggi l’articolo), la tedesca Eva Trobisch prende le mosse dall’idea che il rifiuto silente di un trauma, anziché cancellarlo, provochi un insidioso logoramento di quella quotidianità in cui il traumatismo stesso avrebbe dovuto dissolversi.

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Janne non è certo una persona loquace. È una donna piuttosto discreta, con una vita di coppia serena, nonostante qualche difficoltà (che sia lei che il compagno preferiscono risolvere tra loro, senza coinvolgere le persone vicine). E poi una sera, durante un ritrovo di vecchi amici, in tutta naturalezza si lascia andare al clima della festa, beve e balla, invita l’uomo che la riaccompagna a casa a salire per il classico ultimo-goccio-poi-basta. Ovviamente – ed è proprio qui il dramma – non è così che lui interpreta l’invito. Lui insiste, lei si sottrae, cercando però – già da quel momento - di mantenere la situazione in un velo di banalità, come se trattandolo come l’uomo mediocre che è, e non come un pericolo, potesse reggere questa versione della realtà, e così impedire che tutto le sfugga di mano. Ma la pulsione dell’appagamento ha la meglio. In pochi, squallidi secondi lui la possiede e se ne va, come se nulla, o quasi nulla, fosse stato. 

È nel “quasi” che si gioca tutto il film, in questa quotidianità troppo perfettamente normale per esserlo davvero, che la sceneggiatura e la regia essenziali della Trobisch rendono con un’estrema eleganza e un pudore retto in modo impeccabile dalla recitazione contenuta degli attori. Perché in ogni momento, ostinatamente, lo scomodo segreto emerge da sotto la cappa di normalità artificiale: nel nuovo lavoro di Janne, dove è costretta a frequentare il vile Martin, il suo stupratore (Hans Löw di Toni Erdmann [+leggi anche:
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, e più recentemente il protagonista di  In My Room [+leggi anche:
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, presentato a Cannes), nella sua vita sociale, perfino nelle sue viscere. E l’omissione diventa presto rifiuto attivo, riscrittura (“non facciamone una tragedia”, dice a Martin che, nel tentativo di ridimensionare il suo gesto imperdonabile, affronta la questione durante una conversazione che lei non può concedergli), menzogne, conflitti continui.  

La battaglia è persa in partenza – eppure, di fronte ad una realtà che vuole rimuovere, ma che riappare prepotentemente in superficie, come una seconda violazione alla sua persona, Janne è perfino pronta a mettere a rischio la sua relazione: qualunque cosa faccia (fino alla scena finale, magistralmente lapidaria) ritrova la stessa impasse autodistruttiva. 

È quest’ultimo elemento che rende All Good ancora più potente di quello che appare, sotto la sua patina levigata: al di là dell’abiezione di cui sembra capace il più comune degli esseri umani (Martin non è l’unico: nel film troviamo una sua omologa femminile), già di per sé insostenibile, il film mette in scena l’intollerabilità totale della situazione del suo personaggio, ma soprattutto ne restituisce la tortura, perché risulta al tempo stesso insostenibile e senza uscita. Adottando la retorica cautelativa di cui si parlava, come per imitare Janne, lasciando volutamente lo spettatore senza spiegazioni né risposte, lo mette in un analogo stato di sgomento indicibile, in cui non si sa nemmeno più a chi o a cosa rivolgersi. 

All Good è stato prodotto da Trimafilm  in coproduzione con  Starhaus Filmproduktion.

(Tradotto dal francese)

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