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LOCARNO 2018 Fuori Concorso

Recensione: My Home, in Libya

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- LOCARNO 2018: Martina Melilli è figlia di italiani scappati dalla Libia dopo il colpo di stato di Gheddafi del 1969. Con questo film ricostruisce memorie familiari e drammi presenti

Recensione: My Home, in Libya

"Sono nata a Padova, Italia, nel 1987. Mio padre nato a Tripoli, Libia, nel 1961, anche mio nonno, nel 1936. Libia, colonia italiana durante gli anni del fascismo. Ho chiesto mille volte che mi venisse raccontata questa storia. Non è mai successo. Finora…" Comincia con questo voice over My Home, in Libya [+leggi anche:
trailer
scheda film
]
, film documentario di Martina Melilli, classe 1987, selezionato al festival di Locarno nella sezione "Fuori Concorso". La giovane artista e filmmaker si era già fatta notare per i lavori precedenti, tra cui Mum I'm sorry con cui ha vinto ArteVisione 2017 - il progetto di Careof e Sky Academy in collaborazione con Sky Arte HD. My Home, in Libya è stato invece tra i vincitori dell'Atelier 2017 del Milano Film Network, che supporta la post produzione, come parte di un progetto più ampio, Tripolitalians. Il film ha partecipato anche all'Euro Mediterranean Coproduction Forum (Trani 2016) e Premio Solinas Documentario per il Cinema.

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My Home, in Libya è essenzialmente una storia personale. La regista è figlia di italiani scappati dalla Libia dopo il colpo di stato di Gheddafi del 1969. Con questo film ricostruisce il passato attraverso il presente, confrontandosi con il colonialismo italiano di allora e la crisi del Mediterraneo. Su Vimeo, Martina si definisce un'artista (audio)visuale e ricercatrice interessata alla rappresentazione dell'immaginario individuale e collettivo in relazione alla memoria e alla realtà e nella relazione tra l'individuo e lo spazio circostante. Una rappresentazione che utilizza più linguaggi: video, film, fotografia, scrittura. In My Home, in Libya la vediamo ritagliare immagini e scritte da giornali - "Home is everywhere" - e foto personali. Ricostruire ricordi che rivelino il senso di appartenenza. Scambia messaggi con il suo amico Mahmoud in Libia, contattato tramite i social network, li visualizziamo sopra le immagini. "Spero che questo trasloco sia l'ultimo". Martina traccia mappe. Chiede al nonno l'indirizzo del negozio di riparazione di radio e televisori che avevano a Tripoli, a Sciara Giama El Magarba. Il nonno le racconta che si era poi innamorato del cinema ed era andato a fare l'operatore di cabina. Proiettava film d'estate al Cinema Corso. Poi l'incontro con la nonna Narcisa. Il vecchio Antonio disegna per la nipote la mappa con la moschea Uaddan che suo padre costruì, dopo essere immigrato nel 1936 dalla Sicilia per fare il muratore a Tripoli.

La regia cerca prospettive inusuali, inedite, si sofferma sugli oggetti per dare maggiore matericità alla storia, giocando con le ombre, che è l'essenza del cinema. La camera è spesso alle spalle dei protagonisti e non frontalmente, la musica di Nicola Ratti è una rarefatta rivisitazione elettronica di sonorità arabe. Con l'aiuto del suo amico Mahmoud, Martina raccoglie immagini della città natale dei suoi nonni così come si presenta oggi. La grande mappa dei ricordi prende sempre più consistenza, è un mosaico di attimi strappati alla storia di una famiglia e di immagini devastanti degli sbarchi. I bambini morti fotografati sulle spiagge italiane.

I messaggi di Mahmoud si fanno disperati: "… no power no phone no job no money no security no police. I don't know how I can build home in this country". E infine: "I live in Hell, Libya is Hell". E lei, dalla costa della Sicilia che guarda all'Africa: "Mi avevano detto che vi avrei quasi visto da qui… Ma è tutto mare". 

My Home, in Libya è prodotto dalla torinese Stefilm di Stefano Tealdi, Elena Filippini, Edoardo Fracchia e dalla tedesca ZDF, in collaborazione con Arte e Rai Cinema, e con il supporto del MIBACT e del Piemonte Doc Film Fund.

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