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La vita segreta delle parole

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- Le parole hanno una vita, e questa vita è tutta nel "detto", nella sfida all'indicibile. Esattamente come il cinema, che affronta ciò che non si può esprimere in modo adeguato

La vita segreta delle parole

Le parole hanno una vita, e questa vita è tutta nel "detto", nella sfida all'indicibile. Esattamente come il cinema, che affronta ciò che non si può esprimere in modo adeguato. Hanna, la protagonista del film di Isabel Coixet, è sorda, ha un apparecchio che le consentirebbe di udire/sentire, ma non lo accende perché il silenzio è la sua difesa. Non parla quasi, perché le sue parole la feriscono e ferirebbero il mondo. Il suo dolore inesprimibile deriva dalla violenza che ha vissuto (e alla quale è sopravvissuta) e che è stata costretta a "osservare" durante la guerra nell'ex Jugoslavia. L'incontro con Joseph, ustionato in modo grave e momentaneamente privo della vista, è "su un terreno che si estende a un orizzonte che va al di là della nozione di martirio. Non c'è nemmeno un culto del dolore. Semplicemente una visione di come la sofferenza conduca a una salvezza comune", come ha scritto il grande scrittore, poeta e critico d'arte inglese John Berger, intellettuale di riferimento di Coixet.

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L'isolamento della piattaforma petrolifera su cui è ambientato il film, 50 mila tonnellate di acciaio battute ogni giorno da migliaia di onde, circoscrive metaforicamente un microcosmo da "fiaba crudele", una sorta di Biancaneve e i sette nani (come la regista ha definito il suo film), le cui debolezze sono la conseguenza di aver vissuto. Hanna lava il corpo di Joseph, come la Maddalena con Cristo in un quadro di Giotto, rito acquatico simbolo di rinascita. L'happy ending in un mondo di guerre dimenticate, cancellate, continuamente programmate e minacciate è una provocazione d'autore: rifugiatevi nell'amore, nella parola, nel riconoscimento reciproco. Un limbo in cui le ferite si sciolgono in lacrime e le guerre diventano intime battaglie.

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