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Le dernier des fous

di 

- Un tuffo nel paese della sfortuna: la sconvolgente opera seconda di un autore pluripremiato

Le dernier des fous

Lo spazio? Una fattoria e la campagna sotto il sole estivo. Il tempo? Qualche settimana al culmine di una tragedia. Il metodo ? Non dimostrare nulla, liberarsi delle spiegazioni psicologiche e sociologiche, lasciare lo spettatore libero di tirare le proprie conclusioni. Nell’adattare il romanzo "Le dernier des fous" del canadese Timothy Findley, il francese Laurent Achard, vincitore a Rotterdam nel 1999 col suo primo lungometraggio (Plus qu'hier, moins que demain) ha scelto per la sua opera seconda un argomento esplosivo: una famiglia schiacciata in una spirale di disgrazie. Martin, un bambino di undici anni che viene scoperto dal proprio insegnante nascosto nell’oscurità, poco prima delle vacanze, a manifestare la volontà oscura di “raddoppiare”, e buttare la sua cartella in un fiume, vive una realtà caotica. Gli è proibito di vedere la madre, reclusa in una stanza in preda ai fantasmi della follia, e il bambino sembra incassare, apparentemente senza lamentele, violentissime problematiche psicologiche che vanno ben aldilà della sua comprensione. E non trova neanche il conforto da parte del padre, travolto dagli eventi, da una nonna concentrata sulla sopravvivenza economica (vendere la fattoria), né tantomeno quella di una fratello maggiore affettuoso ma in crisi esistenziale (partire o no?) e sentimentale (sullo sfondo dell’omosessualità nel mondo rurale). Tutto, naturalmente, andrà di male in peggio fino alla fatidica conclusione di questo viaggio nell’angoscia. Un sipario nero è calato.

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Da questa sceneggiatura pericolosa per la sua concentrazione di sfortune, che scottava nelle mani dei responsabili dei canali televisivi più inclini ad acquistare commedie da prima serata, Laurent Achard è comunque riuscito nel tour de force della creazione di un’opera estremamente sottile. Raccontata unicamente attraverso il punto di vista di un bambino, interpretato da un Julien Cochelin commovente quanto insondabile emotivamente, la storia è narrata attraverso tocchi sottili in un ritmo pacato inframmezzato da colpi di scena. Il regista affronta direttamente personaggi e situazioni solo di rado, e utilizzando con intelligenza il fuori-campo ed il suono (di solito per la figura della materna, interpretata da una impressionante Dominique Reymond), crea un clima pieno di stranezze e d’inquietudine. E questa eccezionale padronanza dello stile di regia, che tiene lo spettatore nell’incertezza delle motivazioni e delle vere intenzioni dei personaggi, permette al regista di avventurarsi profondamente nelle zone più sensibili e complesse dell’umanità. Ritratto realista di una Francia nascosta e abbandonata a se stessa, ma anche opera di repertorio degna delle tragedie greche e dei giochi shakespeariani, Le dernier des fous [+leggi anche:
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scheda film
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offre numerose possibilità di lettura nutrite da metafore discrete. Questa constatazione amara delle carenze affettive di una micro-società che trasmette modelli destrutturanti alle giovani generazioni, si presenta soprattutto come uno schizzo cinematografico di grande potenza nonostante un’apparente semplicità. E la qualità degli attori influenza sorprendentemente l’impatto del fatto, grazie a una Menzione Speciale a Pascal Cervo nel ruolo del fratello maggiore, e a Fettouma Bouamari, unico personaggio solare in questo universo crepuscolare. Un ensemble che è valso al regista il Premio Jean Vigo e quello per la regia a Locarno, confermando il talento indiscusso di un cineasta erede della tradizione dei grandi autori. Un genere assai raro in tempi di appiattimento di temi e stili, e, alla fine, un film brillante e disturbante insieme che esiste grazie ai suoi produttori di Agat Films & Cie (fra i quali Robert Guédiguian), accaniti difensori di un cinema autoriale sempre più difficile da finanziare.

(Tradotto dal francese)

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