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Gomorra

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- Il cinema di Matteo Garrone è soprattutto un evento viscerale per lo stesso regista

Gomorra

Il cinema di Matteo Garrone è soprattutto un evento viscerale per lo stesso regista, "un'esperienza emotiva", come la chiama lui. Gli immigrati di Terra di mezzo e di Ospiti, il tassidermista de L'imbalsamatore, il collezionista di donne anoressiche di Primo amore sono la riprova di questa visceralità, così come la ricerca continua di punti di vista alternativi, che amplifichino quell'esperienza con una lente distorcente.

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Non stupisce dunque che il produttore Domenico Procacci abbia affidato a lui l'adattamento di un libro, "Gomorra" di Roberto Saviano, composto come un vortice di esperienze forti. Garrone ci si è addentrato con passione cercando di restituirne l'intensità visiva.

Le storie di Gomorra [+leggi anche:
trailer
intervista: Domenico Procacci
intervista: Jean Labadie
intervista: Matteo Garrone
scheda film
]
- la guerra spietata tra le due fazioni, i traffici d'armi e di droga, il business dei rifiuti tossici, il fascino della violenza e del guadagno facile - si scompaginano e si riorganizzano, come cellule malate. I protagonisti penetrano il tessuto e rimangono sotto la pelle, anche grazie ad una recitazione naturale sublime (in particolare Gianfelice Imparato, e Salvatore Cantalupo, il sarto della fabbrica clandestina che vede in tv un suo capo d'alta moda indossato da Scarlett Johansson alla Mostra di Venezia). I luoghi - le "Vele" di Scampia, edifici popolari della periferia nord di Napoli, o le cave dei rifiuti tossici - sono scolpiti nella grana della pellicola. Tutto questo solo per abbozzare una spiegazione del fenomeno camorra, un "sistema" che è arrivato fino all'acquisto di azioni per la ricostruzione delle Torri Gemelle. Ma nel cinema di Garrone la funzione sociale lascia il posto all'osservazione antropologica, allo studio delle angolazioni (degli spazi e degli uomini), senza punti d'arrivo né conclusioni. Solo una piccola apertura alla speranza di un'onestà ancora possibile.

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