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CANNES 2009 Concorso / Regno Unito

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Fish Tank: la ragazza ribelle di Andrea Arnold

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Fish Tank: la ragazza ribelle di Andrea Arnold

La 48enne regista del South East inglese Andrea Arnold ci aveva già regalato un bel pugno nello stomaco qui a Cannes nel 2006 con il suo esordio nel lungometraggio Red Road [+leggi anche:
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(Gran Premio della Giuria). L'anno precedente il suo corto Wasp si era guadagnato un Oscar e altri 38 premi internazionali. Logico dunque che la critica avesse pensato a lei come ad una "emergente" (nonostante l'età) con un promettente futuro. Ma a credere in lei sono stati soprattutto Kees Kasander, il produttore olandese che è cresciuto e ha raggiunto il successo assieme a Peter Greenaway, e il britannico Nick Laws, che aveva prodotto il primo corto della Arnold.

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conferma il talento di questa ex attrice e presentatrice televisiva dallo sguardo cinematografico analitico e deciso. In Red Road la protagonista era una donna adulta che si muoveva in un plot sviluppato come un thriller psicologico sullo sfondo di Glasgow. Questa volta invece Andrea Arnold ha rivolto la sua attenzione su una problematica ragazza di 15 anni, Mia (Katie Jarvis). Il film inizia con una finestra che affaccia sui fatiscenti edifici dei quartieri popolari dell'Essex, una finestra simile a quella che in Red Road guardava al degrado urbano e umano. E come in Red Road la macchina da presa si sostituisce allo sguardo della protagonista, per cui lo spettatore vede e quasi pensa come lei vede e pensa, con i colori dominanti giallo e blu della fotografia di Robbie Ryan.

La protagonista impariamo a conoscerla subito. Nei primi quattro minuti del film, Mia insulta il padre di un'amica, rompe il naso ad una ragazza senza un motivo e tenta di liberare un vecchio cavallo tenuto in catene, per lei simbolo di libertà: è una ribelle, una disadattata, un'anima lacerata e profondamente tenera. A casa l'aspetta una giovane madre (Kierston Wareig) che la considera una piccola criminale e una sorellina dalla lingua velocissima. Il loro modo di comunicare è fatto di “vai farti fottere” e “stupida puttana”. È la lingua di chi non sa dirsi “ti amo” perché nessuno gliel'ha mai insegnato. Il linguaggio è quello violento e sessista della musica rap, che sembra essere il solo collante semantico di quel gruppo sociale.

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girata da Ken Loach, ma qui è la specificità femminile che interessa alla regista. Dentro il cuore di Mia scatta qualcosa di mai conosciuto prima quando la madre porta a casa un nuovo amico (Michael Fassbender), un giovane con un lavoro regolare, un'automobile e una vita normale che sembra persino intenzionato a rimanere e fare da padre alle due ragazze. Un miscuglio di sentimenti agitano la ragazza: curiosità, gelosia, attrazione sessuale, competizione con la mamma. Mia non sa ancora che sarà soltanto l'ennesima delusione che la vita le riserva.

Katie Jarvis è tremendamente a suo agio nella tuta da jogging della protagonista e sembra pronta per un premio come attrice esordiente, mentre l'irlandese Fassbender, ormai confermatosi come uno degli attori europei più interessanti del momento (con Hunger [+leggi anche:
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di Steve McQueen e qui a Cannes anche in Inglourious Basterds [+leggi anche:
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di Quentin Tarantino), esprime magistralmente l'ambiguità morale del personaggio.

Fish Tank è un racconto urbano lineare, niente di nuovo: incomunicabilità, solitudine, senso di inadeguatezza. Ma ci piace come Andrea Arnold lo visualizza, come riesca a mostrare la realtà di migliaia di periferie, di milioni di esseri umani. La realtà del mondo che abbiamo costruito.

Home Sweet Home
 

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