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Kreuzweg - Le stazioni della fede: il sacrificio di Maria

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- Dietrich Brüggemann concorre a Berlino con un film avvincente e scioccante la cui giovane protagonista, cresciuta in un ambiente cattolico integralista, decide di sacrificarsi a Dio

Kreuzweg - Le stazioni della fede: il sacrificio di Maria

Il pubblico del Festival di Berlino ha cominciato la sua domenica con una lezione di catechismo affascinante: quella del primo quadro di Kreuzweg - Le stazioni della fede [+leggi anche:
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del tedesco Dietrich Brüggemann, un titolo magnificamente scioccante in lizza per l'Orso. Nella sua prima scena, Pater Weber (la cui serena brutalità è ben resa da Florian Stetter, lo Schiller libertino del film di Dominik Graf, anch'esso in competizione), membro della Fraternita sacerdotale Saint-Pie-X, prepara i bambini a diventare dopo la loro cresima dei soldati di Dio, col compito di scovare Satana dietro ogni dolce, bel vestito e soprattutto la musica, generalmente demoniaca. Lo vediamo anche rispondere alla sua migliore allieva, Maria (Lea van Acken), sulla possibilità di sacrificare la sua vita per salvare un bambino malato (più tardi apprenderemo che suo fratello minore non parla più e nessun medico sa dire perché), e già da questa sequenza iniziale, si rimane pietrificati dall'intelligenza e la forza del film.

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L'impatto di Kreuzweg - Le stazioni della fedederiva in gran parte dal sistema usato da Brüggemann per percorrere le 14 stazioni della Via Crucis di Gesù Cristo, un procedimento ripreso dal suo primo lungometraggio Neun Szenen (elogiato a Berlino nel 2006). Il cineasta ha in effetti scelto di filmare ogni scena come un quadro, in una sola sequenza e con camera fissa, il che gli ha permesso di mettere perfettamente in luce ogni capitolo della passione di Maria, ma soprattutto di caricare i dialoghi spirituali che si succedono con una tensione crescente. Naturalmente, questo sistema funziona perché è sostenuto dalla sceneggiatura impeccabile che hanno composto il regista e sua sorella e fedele co-sceneggiatrice, l'attrice Anna Brüggemann. Avendo la loro famiglia frequentato i "tradizionalisti" cattolici in passato, è con cognizione di causa che hanno trovato attuale e importante il soggetto del ritorno della religione alle sue forme estreme.

Nella famiglia di Maria, il personaggio dominante è la madre (Franziska Weisz), di una severità sferzante – nel secondo quadro, umilia la povera figlia accusandola di civetteria quando quest'ultima si è tolta il mantello che copriva la sua camicetta solo per spirito di sacrificio, per concedersi al freddo. Come Pater Weber, la madre inculca ai suoi figli, e in particolare alla primogenita, precetti che fanno di ogni piacere una colpa. Con questa costante presunzione di peccato, contamina la purezza di Maria prendendosi gioco senza pietà della povera bambina devota, mentre quest'ultima aspira solo a compiere un percorso da martire e santa, a costo di subire insulti sempre più frequenti e soffrire fisicamente.

Questo controllo assoluto della madre che si insinua fin nell'animo di sua figlia è il riflesso disperato, a tremare d'indignazione, del fondamentalismo religioso in generale. Come sottolinea Anna Brüggemann, "ogni sistema che non accetta altra verità che la propria… è la negazione stessa della vita". Maria, che ammira la pietà dal volto umano della sua dolcissima ragazza au pair, si trova in una situazione resa insostenibile dal fanatismo della madre. Il suo sacrificio è anche una risposta al senso di soffocamento che sente, una via di fuga, mentre segue alla lettera la sola strada che le sia mai stata proposta: è l'unico modo che le permetta di conservare l'amore dell'Onnipotente e quello della madre, e a quest'ultima di sentirsi, anche davanti alla tomba della figlia, confortata nella sua ottusità.

(Tradotto dal francese)

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