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In Order of Disappearance: Moland conta i suoi morti

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- Il terzo film che il regista norvegese presenta in concorso a Berlino ha mietuto molte vittime fra gli spettatori, morti dal ridere

In Order of Disappearance: Moland conta i suoi morti

Dopo due film piuttosto difficili, il norvegese Hans Petter Moland, per la terza volta in concorso a Berlino, raggiunge la maturità con il succulento In Order of Disappearance [+leggi anche:
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(lett. "in ordine di sparizione"), dove spicca il suo talento unico nel mettere in scena il mondo dei gangster e del crimine con un umorismo scandinavo al contempo caustico e sfrenato, senza rinunciare alla violenza che va di pari passo con il genere, ma senza prenderla sul serio – e non potrebbe essere altrimenti visto che i suoi loschi criminali hanno come riferimento il cinema d'azione americano, al quale prendono in prestito i loro soprannomi grotteschi (come Rodrigo, Wingman, Chinaman, ma va detto a difesa di quest'ultimo che il suo vero nome è Takeshi Klaas Nielsen!).

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Moland non risparmia neanche sulla qualità della fotografia, a favore di paesaggi innevati immensi e affascinanti che sono la cornice quotidiana di Nils Dickman (Stellan Skarsgård), il cui mestiere è quello di guidare enormi spazzaneve. E' un altro genere di polvere bianca che trasformerà questo "cittadino esemplare dell'anno" in macchina per uccidere. Quando suo figlio rimane vittima di una banda di trafficanti di cocaina, la sua vendetta iperbolica consisterà a prenderne uno per volta, fino ad arrivare al vertice della filiera ed eliminare "il Conte" (Pal Sverre Haagen), boss mafioso e padre di famiglia che coniuga crimine e affettazione con una nonchalance esilarante. E' proprio il suo ruolo di padre a regalare a questo personaggio le sue contraddizioni più divertenti: questa specie di Crudelia Demon al maschile, vegano, che si circonda di arte moderna ridicola e mostra una spiccata predilezione per la confetteria e i nastri rosa, non disdegna di impallinare i disturbatori (di altre bande come della sua) e diventa intrattabile quando i suoi scagnozzi dimenticano di procurarsi i cinque frutti raccomandati per la merenda di suo figlio.

Mentre Dickman continua gentilmente a decimare la gang del Conte, il ragazzo cui il Conte presta tanta attenzione diventa il centro di ulteriori omicidi, molto meno metodici anche se giustificati dalla legge del taglione (a differenza della vendetta di Nils, che rimanda più a Kill Bill che non a un regolamento di conti): il fatto è che nel frattempo è entrata in gioco una gang serba, e il suo capo (Bruno Ganz) non è il tipo che si accontenta di una testa decapitata in un grazioso pacco regalo. L'allegra orgia di violenza che ne segue (ci si perde quasi fra gli annunci che contabilizzano i cadaveri!) ricorda l'approccio carnevalesco di Tarantino, e il clima norvegese dà luogo, come nei film del maestro americano, a "dialoghi in auto" deliziosamente assurdi, ma fino alla fine (l'ultima scena è geniale) si riconosce ad ogni istante l'umorismo nero tipicamente nordico dell'eccellente sceneggiatore danese Kim Fupz Aakeson. Una vera delizia, senza additivi né conservanti.

(Tradotto dal francese)

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