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Broken Land, una passeggiata contemplativa nel cuore della paranoia americana

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- Il film di Stéphanie Barbey e Luc Peter, presentato in prima mondiale nella sezione “Semaine de la critique” del festival di Locarno, brucia d’attualità

Broken Land, una passeggiata contemplativa nel cuore della paranoia americana

Stephanie Barbey e Luc Peter, della Intermezzo Films (che è anche la casa di produzione del loro film), scelgono per il loro ultimo film Broken Land [+leggi anche:
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un approccio inedito, inaspettato. Se la realtà documentata dai due registi svizzeri è ben concreta, le ripercussioni che questa ha sulle persone che la vivono nel quotidiano è invece universale: dalla paura al rifiuto fino alla compassione. Senza voler essere un’inchiesta giornalistica Broken Land è piuttosto un laboratorio dove si studiano i sentimenti e le reazioni umane. 

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Il territorio esplorato da Barbey e Peter è quello della frontiera fra gli Stati Uniti e il Messico, quell’immensa striscia di terra costeggiata da un muro che non separa solo fisicamente ma soprattutto psicologicamente. Broken Land esplora la quotidianità, la routine a volte assurda, di una piccola comunità di statunitensi che è costretta, suo malgrado, a vivere in un territorio disumanizzato, delimitato da una frontiera che seppur creata con la pretesa di proteggerli da un’immigrazione clandestina incontrollata, si trasforma piano piano e paradossalmente nella loro stessa prigione. Sebbene il muro sia nato con l’idea semplice (e semplicistica) di impedire il passaggio degli immigrati messicani verso gli Stati Uniti, questo ha ben presto preso delle proporzioni inaspettate, influendo ben più di quel che si poteva pensare sulla vita di chi si trova dalla parte dei “fortunati”. 

L’idea di indagare non tanto il quotidiano di quelli che cercano di scappare ma piuttosto quello di chi dovrebbe idealmente essere difeso, ci regala una prospettiva particolarmente interessante, scomoda, e inquietante, sul confinamento. Le ripercussioni che il muro di separazione ha sugli abitanti degli Stati Uniti che devono convivere con esso quotidianamente sono molteplici: dalla paura che spinge alcuni a spiare in modo compulsivo ogni mossa dei presunti nemici, secondo un modus operandi che ricorda quello di una vera e propria milizia (camere di sorveglianza a infrarossi e gadget vari), fino alla compassione (tinta di buonismo) che spinge altri a disseminare nel deserto delle provviste nella speranza di salvare gli immigrati.

Sebbene le reazioni siano molto diverse, il filo conduttore che le lega è la paura, irrazionale e cieca, che si trasforma in vera e propria paranoia, come se il muro avesse trasformato anche i “buoni” in una sorta di ratti da laboratorio che girano in tondo nelle loro gabbie, in trappola. Se per gli uni la paura è quella di essere invasi da un’esercito d’ombre (quelle filmate dalle loro telecamere di sorveglianza), per gli altri, i cosiddetti rivoltosi, il terrore (che nasce dalla consapevolezza di trovarsi dalla parte dell’offensore) è rappresentato dalle tracce desolate lasciate dai vicini in fuga: indumenti laceri, ossa umane. In entrambi i casi ciò che fa scaturire queste reazioni è l’impossibilità di verificare i propri timori. L’unica immagine che abbiamo dei presunti invasori ci è data dalle tracce che lasciano dietro di sé. Nessun contatto può essere stabilito con loro ed è proprio questa segregazione, questa disinformazione, a far nascere una paura ancestrale, una paranoia collettiva dai toni quasi apocalittici.

Broken Land è distribuito nel mondo da Deckert Distribution.

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