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Tigers: un grido contro la crudeltà del capitalismo

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- Con il suo nuovo film, il bosniaco Danis Tanovic torna a denunciare le ingiustizie e gli abusi ai danni dei più deboli e svantaggiati

Tigers: un grido contro la crudeltà del capitalismo

Per la quarta volta, Danis Tanovic partecipa al Festival di San Sebastian, poco dopo aver presentato Tigers [+leggi anche:
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a Toronto. Oltre che con il suo film premio Oscar No Man’s Land [+leggi anche:
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nella completa e raccomandata retrospettiva del festival Eastern Promises, il regista è presente con un’altra delle sue taglienti pellicole. In questo caso racconta la barbarie del sistema capitalistico, che permette alle grandi e onnipotenti multinazionali di giocare non solo con la salute, ma anche con la vita dei bambini.  

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Si tratta di un progetto nato otto anni fa, quando uno dei produttori (Tigers ha un finanziamento francese, britannico e indiano) gli propose la storia che, rimodellata su una sceneggiatura scritta dal regista e Andy Paterson, ora vede la luce in forma di pellicola. Tutto questo tempo è stato necessario per dimostrare che ciò che viene narrato è reale, poiché si basa su ciò che accadde a un pachistano (incarnato dall’indù Emraan Hashmi), rappresentante di prodotti farmaceutici nazionali, che cominciò a lavorare per una multinazionale alimentare. Quando scoprì che il latte in polvere che commercializzava stava causando la morte di numerosi bambini, cominciò una crociata per fermare tale barbarie, con conseguenze drammatiche per se stesso.

Tanovic utilizza uno stile semplice, non drammatizza (i fatti sono già di per sé duri), sebbene impieghi immagini reali di bambini malnutriti tratte da un documentario della ABC australiana, girato nel 1989. Filmato in India, Tigers comincia come un bel film di Bollywood e si conclude a Toronto con un finale amaro. Perché un film-denuncia così serio e necessario non lascia spazio al sorriso, né alla speranza (e lo leggiamo tutti i giorni sui giornali) che il capitalismo possa rinunciare ai suoi mezzi per arricchirsi.

Il film, quindi, mette tutta la sua enfasi nel rendere nota una situazione inammissibile, a costo persino di risultare esplicito quasi come un documentario: anche il suo processo di gestazione è rappresentato sullo schermo e include scene in cui i produttori si interrogano sulla veridicità di ciò che vanno a raccontare. Questi momenti sono inseriti nella trama, per rivelare la costruzione rigorosa alla base della pellicola e, soprattutto, per rendere chiaro come il timore di realizzarla (per paura delle denunce delle suddette corporazioni) abbia dilatato i tempi della sua produzione.

Le immagini che ci offre Tanovic dimostrano che viviamo in un mondo dominato dall’egoismo, dove le multinazionali arringano i loro impiegati affinché si convertano in tigri ruggenti pronte a smembrare le proprie vittime: clienti che non sono altro che cifre destinate a ingrassare i profitti. Non sappiamo se Tigers sia, artisticamente parlando, il miglior film di questa edizione di San Sebastian, sicuramente è uno dei più coraggiosi nell’alzare la voce per svegliare le coscienze su qualcosa che, disgraziatamente, continua ad accadere in questo momento stesso non molto lontano da dove ci troviamo. 

(Tradotto dallo spagnolo)

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