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Vie sauvage: educazione clandestina

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- Cédric Kahn ha presentato a San Sebastian un film che esplora senza pregiudizi la radicalità di un padre in fuga per 11 anni con i suoi due figli

Vie sauvage: educazione clandestina

La questione dell’individuo e della società ha sempre appassionato il cineasta francese Cédric Kahn che si è trovato spesso a lavorare su personaggi "disadattati" o desiderosi di uscire dai sentieri battuti (da Roberto Succo a L'ennui, passando per Feux rouges e Une vie meilleure [+leggi anche:
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), che si dibattono in una fuga in avanti in cui i sentimenti hanno un ruolo decisivo. Non sorprende quindi che il regista sia stato attratto dall’"affaire Fortin", un fatto di cronaca di cui si è molto parlato nel 2009 quando fu arrestato un padre che aveva sottratto i suoi due figli alla madre per poi sparire per 11 anni e condurre una vita clandestina e apparentemente felice in mezzo alla natura. Questa storia fuori dal comune (che ha già ispirato La belle vie [+leggi anche:
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di Jean Denizot) ha fornito a Cédric Kahn la trama di Vie sauvage [+leggi anche:
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, presentato oggi in competizione al 62mo Festival di San Sebastian.

Esplorando con relativa dolcezza un comportamento radicale, il lungometraggio traccia abilmente questa immersione nella marginalità in cui il presente rifiuta di considerare il futuro, in cui un padre e i suoi due figli tentano di vivere in osmosi nella Francia contemporanea come indiani d’America sfuggendo alle sentenze giudiziarie e alla polizia, mentre aleggia il ricordo evanescente di una madre sconsolata e un interessante interrogativo sul libero arbitrio, rivolto allo spettatore senza cercare di influenzarlo.

Partendo a tutta velocità con Nora (Céline Sallette) che prende i suoi tre figli e fugge dalla vita di coppia stantia con Paco (un ottimo Mathieu Kassovitz), il suo rifiuto della società del consumo, la sua roulotte, i suoi animali, i suoi capelli lunghi… Come in tante separazioni, i figli sono presi tra tenaglia affettiva e conflitto parentale, dispute virulente e decisioni del giudice. Ritenendosi leso perché non ha ottenuto la custodia dei figli, Paco decide di sparire nella natura con i due più giovani, Tsali e Okyesa (tra i 7 e 8 anni d’età) che lo seguono volontariamente. Seguono anni di itineranza solidale nutrita da riflessi di clandestinità (vita nell’isolamento delle campagne o in comunità "baba", nascondini per evitare la polizia, menzogne e false identità, momenti difficili e privazioni, ecc.) e da un’atmosfera di libertà gioiosa che non impedisce a Paco di provvedere lui stesso, molto seriamente, all’educazione scolastica dei suoi due figli. Ma il tempo passa e, adolescenti, Tsali e Okyesa (che non hanno mai dimenticato la madre) si scontrano con i limiti di questa esistenza…

Costruito per ellissi, Vie Sauvage racconta i primi tre anni della storia per poi fare un salto all’ultimo anno in cui tutto ha il suo epilogo. Una scelta che dà al film l’opportunità di immergersi nella relazione tra il padre e i due figli, e di restituire al meglio le loro condizioni di vita nella natura. Poi, anche se molto ben orchestrato con altri attori credibili nei panni dei due figli adolescenti, questo grande salto nel tempo rappresenta una rottura che va leggermente a discapito del film, che diventa più melodrammatico. Questo aspetto un po’ squilibrato, tuttavia, non cancella la qualità di un lungometraggio sensibile e molto ben diretto che pone con precisione e senza pregiudizi la questione dell’utopia messa alla prova della realtà.

Prodotto da Kristina Larsen per Les Films du Lendemain e coprodotto da Les Films du Fleuve (la società belga dei fratelli Dardenne), Vie sauvage sarà distribuito il 29 ottobre nelle sale francesi da Le Pacte che guida anche le vendite internazionali.

(Tradotto dal francese)

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