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Children of the Arctic, un faccia a faccia inevitabile fra tradizione e modernità

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- Children of the Arctic del regista svizzero Nick Brandestini ci trasporta ai confini del mondo dove tradizioni ancestrali si scontrano con una modernità sempre più invadente

Children of the Arctic, un faccia a faccia inevitabile fra tradizione e modernità

Children of the Arctic, secondo lungometraggio di Nick Brandestini, conferma il talento del regista svizzero nel dipingere il quotidiano di comunità ai margini, costrette a dimenarsi fra tradizione e modernità, alla ricerca di un nuovo equilibrio che a volte non sembra che utopia. Dopo un primo importante passaggio allo Zurich Film Festival con il suo primo lungometraggio Darwin (Best German Language Documentary), Nick Brandestini rinnova l’exploit ricevendo quest’anno per Children of the Arctic un secondo Golden Eye, nella nuova categoria “Focus Svizzera, Germania, Austria”.

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Children of the Arctic accompagna durante un anno cinque adolescenti Iñupiat, popolo autoctono dell’Alaska, nel loro viaggio verso l’età adulta. Sebbene l’adolescenza sia per tutti un momento difficile, nel caso dei cinque protagonisti del nuovo film di Brandestini questa si trasforma in un periodo di profonda riflessione. Le decisioni che devono prendere (restare attaccati alle tradizioni familiari o spiccare il volo soli verso l’ignoto) sono infatti inseparabili dal destino della loro comunità, come se il prezzo da pagare per la libertà fosse niente meno che l’annientamento delle loro stesse origini. Come una sorta di scienziato Nick Brandestini cerca di racchiudere in tante piccole provette le emozioni vissute dai suoi protagonisti, per regalarci un ritratto sfaccettato e il più completo possibile di un gruppo di adolescenti assolutamente fuori dal comune.

Mentre seguiamo i destini di Flora, Josiah, Samuel, Ace e Maayaci rendiamo progressivamente conto dell’incredibile pressione sociale che questi subiscono. Da un piano all’altro passiamo con una semplicità sconcertante dai banchi del liceo ai rituali ancestrali della caccia alla balena. Un viaggio magnificamente ritmato dalla colonna sonora composta da Michael Brook (nominato ai Golden Globe per Into the Wild) che si posa delicatamente sulle immagini come i passi sulla neve. Custodi di una tradizione millenaria questi ragazzi lottano quotidianamente per riuscire ad essere al contempo degni eredi della tradizione Iñupiat e giovani americani come tutti gli altri. Una lotta questa che si rivela per loro ben più dura che la pesca o la caccia alla balena che scandiscono il ritmo delle stagioni.

Arrivati alla fine dei loro studi a Barrow i protagonisti di Children of the Arctic si trovano confrontati alla scelta più difficile della loro vita: partire o restare, seguire il cuore e non dimenticare le proprie tradizioni o partire alla ricerca di se stessi rischiando però di perdersi, forse per sempre? La risposta è da ricercarsi nelle immagini stesse del film, nei magnifici piani delle pianure ghiacciate, nel blu del cielo che sembra estendersi all’infinito. Anche se decisi a proseguire i loro studi all’Università dell’Alaska Flora e Josiah, cresciuti nel rispetto delle tradizioni Iñupit, non riescono a separarsi a lungo dalla loro comunità, come se il ghiaccio li avesse (forse) loro malgrado imprigionati.

Vivere in uno dei posti più ostili al mondo trasforma non solo le abitudini ma soprattutto le mentalità. Soli fra i ghiacci si è persi, non si è niente se non un puntino in mezzo al nulla. Sebbene l’individualità sia al centro della nostra società occidentale, in mezzo ai ghiacci è il gruppo a sopravvivere. Ricchi di quest’insegnamento Flora e Josiah decidono di tornare e lottare con il gruppo alla ricerca di quell’equilibrio fra tradizione e innovazione, il solo capace di preservare la loro eredità. E se questa fosse la strada verso la libertà?  

Children of the Arctic è una coproduzione Envi Films e Schweizer Radio und Fernsehen.

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