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BLACK NIGHTS 2014

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The Man in the Orange Jacket: la genesi dell’orrore lettone

di 

- Marxista, mistico e freudiano allo stesso tempo, questo film è tutto quello che non ci si aspetta da un horror contemporaneo. Un primo passo fermo per il cinema lettone

The Man in the Orange Jacket: la genesi dell’orrore lettone

The Man in the Orange Jacket [+leggi anche:
intervista: Aik Karapetian
intervista: Roberts Vinovskis
scheda film
]
 (lett. L’uomo con la giacca arancione) di Aik Karapetian sarà senza sorpresa riproiettato in occasione del 18° festival Black Nights di Tallin, nella sezione Tridens. Il film tratta anche della vendetta di un uomo licenziato, ma non solo. C’è qualche cosa di molto più importante in questa tragedia sul tema della vendetta.

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The Man in the Orange Jacket assomiglia ad un ondata di misticismo antico. Moltissimo tempo fa, i nostri antenati pagani condividevano un mito: la storia di un boschetto atemporale sorvegliato da un personaggio dall’aspetto magico, solitario. Il guardiano di questo bosco sacro è l’assassino del suo predecessore e sarà a sua volta la vittima del suo successore. Deve dunque stare sveglio per sperare di sopravvivere. L’uomo dalla giacca arancione, da cui il titolo, è un docker che si ritrova incastrato nella stessa situazione, nel bel mezzo di un bosco.

Ma contrariamente al suo omologo preistorico, l’ultimo pretendente al trono della divinità, sogna (in modo abbastanza glorioso) un gilet ad alta visibilità. Allo stesso tempo, la sua usurpazione omicida non è più accompagnata da una ricompensa mistica. Anzi: pare essere proprio una critica della nostra cultura capitalista, l’uomo compie omicidi per aver accesso a un microcosmo di benestanti dal quale lui è escluso, a causa del suo status di lavoratore.         

In modo generale, The Man in the Orange Jacket sembra rilasciare commenti accorti sul periodo della post recessione. Vediamo il direttore generale di un’impresa che cerca di chiudere un negozio. Anche se ne esce personalmente colpito, il suo stile di vita eccessivo non ne risente. È il momento che sceglie uno dei suoi impiegati per metterlo alla prova. È una sfida alla Macbeth, e l’impiegato anonimo è armato degli attrezzi del suo negozio (letteralmente seghe, cacciaviti, martelli, ecc.)

Queste avventure cupe e potenti fanno irrimediabilmente eco nei pensieri marxisti, come se si trattasse di una rivolta della classe media determinata a destituire l’oligarchia. L’orrore deriva da questa invasione più che grottesca della casa del borghese (e dal sentimento grottesco di sicurezza che ne risulta). La suggestione sembra essere la seguente: nessun luogo è protetto dalla follia della politica della post recessione.

Se non ne dubitate ancora, Karapetian ha abilmente maneggiato i generi del thriller e dell’horror (il che non è una cosa comune). Il film vacilla sullo schermo, come una cupa versione lettone di The Shining, con numerosi colori, tante porte e una confusione degna di un thriller psicologico. L’apertura e la chiusura costante delle porte sembra anche freudiana, come se si trattasse di un atto di repressione e di liberazione costante.

In effetti, il film sfida i sogni, le illusioni e le visioni quasi in modo freudiano. Il risultato è caotico, certo, ma è sicuramente l’effetto atteso. Nel film il tempo passa, si ripete, come lo farebbe in un sogno e lo spettatore è obbligato ad aprirsi un varco per camminare a tastoni in un mondo sempre più folle creato da Karapetian.

Ciononostante, una nebbia di ambivalenze avvolge la ridistribuzione assassina e molto personale del protagonista. Niente a che vedere con un movimento di indignati che vogliono rappresentare il 99% restante, qui si tratta piuttosto di un accaparramento interessato di ricchezze. D’altronde, l’antieroe, brillantemente interpretato da Maxim Lazarev, si abbandona a una vita di ghiottoneria e lussuria. Molto velocemente, un po’ come Macbeth e i suoi antenati prima di lui, l’usurpatore comincia a guardare continuamente dietro di lui in attesa del prossimo complotto, anche se non c’è nessuno.

Ma una cosa è sicura: The Man in the Orange Jacket ci ricorda che il cinema lettone è ottimo. La curiosità riguardo al resto del cinema contemporaneo di questo paese ci assale e ci chiediamo se è così gore, spinto ed essenziale. Questo film atipico lascia molte attese per l’avvenire, e quest’esperienza quasi folcloristica e onirica non è da perdere assolutamente per i fan di opere cinematografiche insolite. 

(Tradotto dall'inglese)

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