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Journal d'une femme de chambre di Jacquot e Seydoux

di 

- BERLINO 2015: Benoît Jacquot dà alla Célestine di Octave Mirbeau il volto di una Léa Seydoux al culmine della sua arte

Journal d'une femme de chambre di Jacquot e Seydoux
Léa Seydoux in Journal d'une femme de chambre

Il cineasta francese Benoît Jacquot si è dato da fare ultimamente. Dopo un’incursione nei tempi moderni, e alla Mostra di Venezia, all’inizio di settembre con Tre cuori [+leggi anche:
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, ritrova il secolo passato, Léa Seydoux e la competizione della Berlinale (tre anni dopo Les Adieux à la reine [+leggi anche:
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) con Journal d'une femme de chambre [+leggi anche:
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, adattamento del celebre romanzo di Octave Mirbeau preceduto da quelli, molto liberi, di Jean Renoir (nel 1946) e Luis Buñuel (nel 1964). Sulle orme di questi due registi geniali, Jacquot svolge abbastanza bene il compito ambizioso che si è prefissato, forse perché ha scelto di avvicinarvisi con umiltà, aderendo maggiormente al testo dello scrittore. Questa tentazione, che in genere è uno scoglio pericoloso per i registi che vogliono riprendere un capolavoro letterario (cosa che di solito porta a una versione più povera del racconto, filmata in maniera convenzionale con i costumi e gli arredamenti dell’epoca come scialbi decori), dà qui un risultato piuttosto interessante che riserva qualche bella sorpresa.

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E’ vero che uno degli aspetti più originali (per un film in costume) del lungometraggio di Jacquot, ossia i flashback, viene dal testo di Mirbeau. Del romanzo, in compenso, il regista non conserva la fine, che insiste sull’astuzia della femme de chambre (domestica) del titolo, Célestine, una volta diventata a sua volta amante. Jacquot si concentra di più sullo sguardo perspicace, tinto di ironica antipatia, che la giovane domestica posa sui comportamenti nauseabondi dell’alta borghesia di cui conosce ogni retroscena, dai vasi da notte nascosti nei mobili alle meschinerie delle avide amanti e alla concupiscenza abietta dei padroni, che sbirciano e assediano senza un minimo di coscienza sia le vecchie governanti stanche che le adolescenti in fase pre-puberale. Fedele allo spirito dello scrittore, grazie a un cast di attori di grande qualità – tra cui Hervé Pierre della Comédie française e ovviamente Vincent Lindon, nel ruolo del giardiniere scorbutico e antisemita dallo sguardo selvaggio che trasuda voglia di possedere fisicamente Célestine – Jacquot propone una notevole caratterizzazione dei diversi stereotipi borghesi ripugnanti: il padrone viscido, vile e dissoluto, la padrona avida e tirannica col suo insopportabile campanello, il padrone-concubino senza considerazione alcuna per la persona che si occupa di lui come una moglie, che non è ai suoi occhi altro che uno svago intercambiabile…  

Se l’insieme del cast è eccellente, il film riposa, ovviamente, soprattutto sulla formidabile performance della sua attrice pincipale. Sapevamo che Seydoux sapeva portare divinamente il vestito lungo con il corsetto e il cappellino, posato di traverso sui suoi riccioli biondi; conoscevamo anche la luce un po’ furba e impertinente che sa dare ai suoi occhi, ma qui è la sua bocca, ora sfacciatamente voluttuosa, ora arrotondata in tutta un gamma di piccole smorfie beffarde o sprezzanti, che merita una menzione speciale. Mentre l’attrice scandisce il racconto di Célestine con degli interventi in voce off, Jacquot ci tiene appesi quasi letteralmente alle labbra deliziose e silenziose, ma selvaggiamente espressive, del suo personaggio, magnificando la sua posizione di narratrice e creando un effetto di sdoppiamento del racconto, perché il suo viso, che seguiamo quasi tutto il tempo e molto da vicino, sembra dire più di tutto il resto.  

Journal d'une femme de chambre è stato prodotto da JPG FilmsLes Films du lendemain e Les Films du Fleuve, e venduto nel mondo da Elle Driver.

(Tradotto dal francese)

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