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BERLINO 2015 Panorama

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Out of Nature: un ottimo esempio di minimalismo efficace

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- Dopo essere stato selezionato a Toronto, il secondo lungometraggio di Ole Giæver, co-diretto da Marte Voldè, e stato presentato nella sezione Panorama della Berlinale

Out of Nature: un ottimo esempio di minimalismo efficace

Dopo essere stato selezionato a Toronto lo scorso anno, il lungometraggio norvegese Out of Nature [+leggi anche:
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intervista: Ole Giæver
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]
, scritto e diretto da Ole Giæver e co-diretto da Marte Vold, è in proiezione adesso alla Berlinale, dove attirerà l'attenzione non solo per la sua sorprendente locandina, ma anche per la rappresentazione accattivante delle ansie della mezza età (e del mondo occidentale).

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Oltre a scrivere la sceneggiatura e dirigere, Giæver interpreta anche Martin, un uomo sposato che si sente intrappolato nella propria blanda esistenza. Con l'aiuto di un prolisso, ma a volte divertente voice-over, Giæver mostra al pubblico come un accogliente nido può diventare una prigione. Abbiamo accesso alla mente di Martin: sorride quando incontra colleghi o altre persone che conosce, ma pensa sempre diversamente da ciò che dice o da come si comporta. Vuole essere qualcuno che non è, ma non ha idea di chi.

Efficacemente minimalista, Out of Nature prima di tutto mostra il suo protagonista nella civiltà, analizzando sempre ciò che accade intorno a lui. Incontriamo la moglie, Karsten (Sivert Giæver Solem), e il figlio, Sigrid (Marte Magnusdotter Solem), ed è ovvio che Martin si senta goffamente fuori posto nella sua famiglia. Ben presto parte per una gita in montagna, come per fuggire dalla sua vita. Sembra felice in quelle lande desolate, ma non è solo: l'incessante flusso di pensieri di Martin è sempre lì, a commentare la sua vita e a fantasticare su degli inquietanti "se": e se avesse ottenuto il divorzio? E se la moglie fosse morta? E se fosse zoppo, con tutti intorno a lui ad accudirlo?

È facile dispiacersi per il patetico, mite, sfortunato Martin, ed è facile ridere di lui. È anche facile immedesimarsi in almeno una parte della sua infelice esistenza e guardarlo farsi largo tra la natura, alla ricerca di una cura per la sua crisi di mezza età. Attraverso il suo protagonista, Giæver non solo analizza le ragioni dell'infelicità, ma mostra anche come sia facile sentirsi alienati in una vita molto stabile. "Ora posso fare qualcosa di irreversibile", dichiara Martin nel suo monologo interiore, dando il via ad un drastico cambiamento di ritmo di vita in mezzo alla fauna selvatica.

La macchina da presa del direttore della fotografia Oystein Mamen e le suggestive foreste, i fiumi e le montagne che circondano Martin sono utilizzati in modo efficiente per sottolineare l'apatia nella vita del protagonista, mentre alcuni incontri divertenti bilanciano la gravità dei suoi problemi. Ma Martin è un innocuo, apprensivo sognatore, e la sceneggiatura utilizza una serie di metodi per mettere il pubblico in contatto col protagonista, altrimenti ridicolo. Il momento in cui Martin lascia galleggiare le scarpe da trekking sulla superficie di un fiume è molto suggestivo: anche lui galleggia sulla superficie della propria esistenza, senza alcun ormeggio che lo tenga a riva.

"Per far sentire la tua presenza nel mondo, prima di tutto è necessario farla sentire a te stesso", ha detto Giæver intervistato da Cineuropa (leggi qui). E come sceneggiatore, regista e attore protagonista, dovrà sempre rispondere alle domande su quanta finzione e quanta autobiografia ci sia in Martin.

(Tradotto dall'inglese)

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