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Grozny Blues, il sussurro appassionato di una Cecenia sognata

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- L’ultimo film di Nicola Bellucci, regista italiano svizzero d’adozione, presentato in prima mondiale a Visions du Réel nella competizione internazionale lungometraggi

Grozny Blues, il sussurro appassionato di una Cecenia sognata

Cinque anni dopo il suo primo lungometraggio Nel giardino dei suoni, acclamato e premiato in festival prestigiosi quali Le Giornate di Soletta (Prix de Soleure) o il Festival dei Popoli di Firenze (premio del pubblico), Nicola Bellucci torna dietro la cinepresa con la stessa sensibilità ed empatia (tinta di una straordinaria lucidità) che accompagna tutti i suoi film.

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, presentato in prima mondiale a Visions du Réel nella competizione internazionale lungometraggi, è un viaggio tanto appassionato quanto drammatico in una Cecenia paradossale divisa fra un passato fantasmagorico e un futuro dalle sembianze (post) apocalittiche. Lo sguardo lucido e sensibile di Nicola Bellucci indaga questo territorio incerto, scava fra le poche macerie rimaste per riportare alla luce un passato che grida a sguarciagola dall’aldilà.

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Venti anni dopo la prima guerra d’indipendenza il volto della Cecenia è cambiato in modo a tratti grottesco. La sua capitale, Grozny, vive in uno stato di paranoia costante, abitata contemporaneamente dalle lugubri vestigia della guerra e da un glamour ridicolosamente ostentato. Nicola Bellucci viaggia in un presente che sembra non appartenere più a nessuno, dove chi era già in ginocchio si ritrova ora a dover strisciare per sopravvivere, per eludere lo sguardo di un presidente intransigente, islamista e ostinatamente avvinghiato al potere russo. Protagonisti di questo viaggio sono coloro (dalle tre registe militanti per i diritti dell’uomo al gerente dell’ultima piccola sala da concerto della città) che nella rivoluzione avevano visto una via d’uscita e che ora devono fare i conti con una delusione a volte davvero troppo cocente. Grozny Blues cerca di dare voce ai fantasmi che aleggiano nella capitale cecena attraverso un complesso sistema di echi. Il ronzio dei discorsi rivoluzionari, le immagini drammatiche della guerra (repertoriate coraggiosamente dalle tre attiviste che si trasformano in fil rouge del film) sono spesso messe in parallelo con lo sfarzo irreale del quotidiano proprio come un grido che invece di raggiungere l’infinito si scontra contro un immenso muro ritornando poi indietro sotto forma di eco, ancora e ancora.

Sebbene l’attuale governo cerchi in tutti modi di far scomparire i segni della rivoluzione questi trovano comunque sempre il modo di sopravvivere: forse non concretamente ma sicuramente sotto forma di ricordi (dolorosi), di paure, di incubi. “Tutti i segni della guerra devono sparire, ma il dolore, la sofferenza, non sono forse reali?”, dice una delle protagoniste. Siccome le parole sono bandite è un’altra grammatica che nasce, e che Nicola Bellucci sa captare magnificamente, fatta di gesti, di sguardi, di fantasmi che ancora aleggiano nelle case vuote, di risa che riecheggiano nelle orecchie di chi è rimasto. Le testimonianze disperate dei pochi militanti che ancora vivono a Grozny e la ricchezza straordinaria del materiale d’archivio che Nicola Bellucci fa rivivere nel suo film ci permettono di immergerci in una realtà estremamente complessa, quella di un Caucaso sognato che si è trasformato in un incubo. Un lavoro profondo e sensibile che merita tutta la nostra attenzione.

Grozny Blues è distribito nel mondo da Cineworx GmbH.

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