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A esmorga: discesa alcolica agli inferi

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- Un incubo umido e teso, diretto con nerbo da Ignacio Vilar e interpretato da un trio portentoso, arriva finalmente in sala in tutta la Spagna dopo il successo in Galizia

A esmorga: discesa alcolica agli inferi

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non inganna. Dalla sua prima scena cominciamo a respirare la sua atmosfera malsana e palpiamo la tensione che percorrerà il film per tutta la sua durata… perché aumenterà. Un uomo parla. Non è il suo momento migliore. Le sue parole angoscianti, i suoi gesti timorosi, la sua paura tremenda sono indizi della discesa nelle tenebre che il flashback che occupa tutto il film mostrerà e in cui, incauti spettatori, lo accompagneremo.

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Il quinto film del regista di Orense Ignacio Vilar (prodotto da Vía Láctea Filmes) non è tra quelli che si dimenticano cinque minuti dopo aver letto i titoli di coda. A esmorga ti scende lentamente, come la pioggia intermittente che vediamo sullo schermo, quell’acqua che in Galizia è protagonista dell’aria ma anche, furiosamente, della terra. Quell’umidità che sa di morte, sudore, fango, repressione, alitosi, violenza, sporcizia e degrado. Con questo coraggioso film veniamo trasportati nella Spagna rurale soggiogata al franchismo, un paese sottomesso, povero e rabbioso, che tenta di fuggire da condizioni insalubri mordendo il vicino, ugualmente immerso nella merda. 

Tratto dall’intenso romanzo di Eduardo Blanco Amor (adattato qui da Vilar e Carlos Asorey,nominati per questo lavoro agli ultimi Goya) che già Gonzalo Suárez portò al cinema nel 1977 con il titolo di Parranda e con il trio José Luis Gómez/José Sacristán/Antonio Ferrandis, A esmorga riesce a mettersi al livello di quei geni grazie alla briosa interpretazione di Miguel de Lira, Karra Elejalde e Antonio Durán "Morris". Parlato in galiziano, il film ci mette una mano sulla spalla e ci spinge in una baldoria disperata di 24 ore con tre animali che non smettono di bere, mangiare, (tentare di) fornicare, cantare, fare casino e lasciare una scia di distruzione e caos.

La camera di Vilar trae beneficio dai diversi scenari galiziani dove è stato girato A esmorga. Non ci sono cartoline turistiche qui, bensì un sentiero di pietre ammuffite, da incubo e tenebroso – che sia di una villa, un bordello o un baretto – che in una versione opposta al mago di Oz, porta questi tre disgraziati nel cuore delle tenebre.

Il vigore che dimostra Vilar, di un’eloquenza drammatica, ha un picco quando alcuni uomini interpretano una canzone tipica: un montaggio nervoso, ma non isterico, ci trasmette l’urgente necessità di ubriacarsi, di godere del poco di buono che la vita offre a questi individui che bevono ogni minuto come se non ci fosse un domani.

Questa tragicommedia è scandita dal pianoforte tranquillo di Zeltia Montes, che invece di rilassarci in contrasto con ciò che vediamo, arriva a turbarci e a farci intuire che sia il personaggio che sogna la donna ideale che il represso sessuale o il dongiovanni che non riesce a dare una direzione alla propria vita sono, in fondo, come noi: infelici vittime di un momento e un luogo che è toccato loro subire e da cui, con questa bisboccia secolare, intendono fuggire. Il brutto è che l'uscita può dare sul letamaio.  

(Tradotto dallo spagnolo)

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