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Je suis mort mais j’ai des amis: best friends forever

di 

- I fratelli Malandrin imbarcano Bouli Lanners, Wim Willaert e Lyes Salem in un’avventura rock che naviga tra malinconia, grottesco e assurdo

Je suis mort mais j’ai des amis: best friends forever
Lyes Salem, Bouli Lanners e Wim Willaert in Je suis mort mais j’ai des amis

Yvan, Wim e Jipé, ben oltre la quarantina, sono inseparabili. Rockers nell’anima, si ritrovano come fosse il primo giorno nella loro band, Grand Ours, ritrovando sul palco l’energia dei loro 15 anni. Si conoscono perfettamente, le loro debolezze, le loro manie, i loro piccoli difetti, i loro sogni e le loro ossessioni. Non sono certo delle superstar, ma la loro presenza scenica gli assicura una certa notorietà che culmina con l’invito a una tournée americana che li porterà a Los Angeles, il sogno di tutta una vita rock. La loro amicizia è per la vita, e per la morte. E il destino provvede a ricordarglielo, quando Jipé muore qualche giorno prima di partire per gli Stati Uniti. 

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Ma alla fine, perché la morte dovrebbe separarli? Contro tutto e tutti, Yvan s’imbarca con Wim per l’America, con Jipé (o meglio, la sua urna) sotto il braccio. Ma prima di partire, gli tocca conoscere qualche verità sul suo amico scomparso. Come ad esempio, l'esistenza del suo amante, un pilota d’aerei dall'aria decisamente virile. Questo trio improbabile (Yvan, Wim e Dany, il misterioso amante) s’imbarca quindi in un viaggio rocambolesco, popolato di fantasmi benevoli, personale di volo mediamente competente e Innu taciturni. Sulla strada, Yvan dovrà lasciare andare i suoi sogni della California e rinunciare a qualche certezza.

Ancora una volta, Guillaume e Stéphane Malandrin ancorano il loro cinema in un universo nettamente deformato, attirando lo spettatore con uno di quei titoli manifesto dal sapore surrealista di cui sono capaci, Je suis mort mais j’ai des amis [+leggi anche:
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intervista: Guillaume e Stéphane Malan…
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. In una breve frase, è posta la questione del film: amici per la vita, ma anche nella morte? L’amicizia finisce con la morte? Si può tradire un amico morto, e un amico morto ci può tradire? Tutti interrogativi esistenziali che i fratelli Malandrin hanno scelto di affrontare usando un registro comico piuttosto lontano dalle loro opere precedenti. L’ultima in ordine di tempo, Où est la main de l’homme sans tête? [+leggi anche:
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, un thriller psicanalitico che immergeva (letteralmente) Cécile de France in un mare di sofferenza e di paranoia, di divertente aveva infatti solo il titolo.

Con Je suis mort mais j’ai des amis, i registi creano un duo comico evidente, il vallone Bouli Lanners e il fiammingo Wim Willaert. La bonomia di volta in volta brontolona o malinconica del primo sembra non chiedesse altro che combinarsi con l’entusiasmo tinto di ingenuità del secondo. I due incarnano la partizione comica del clown bianco e dell’Augusto, affiancati da Lyes Salem che ora stuzzica, ora spegne i conflitti. Sulla strada verso l’assurdo, i registi non esitano davanti a una gag scatologica o a una zuffa tra compagni, giocando a volte con il lato patetico dei loro personaggi, questi vecchi ragazzi che, in nome del rock, si trasformano in sporchi teppistelli. E il ricorso alle perle del catalogo punk-rock anni ’80 dell’etichetta Born Bad Records trasmette al film quell’energia rock rivendicata dai personaggi.

Je suis mort mais j’ai des amis, presentato al Brussels Film Festival, è prodotto da Versus Production (Belgio), TS Productions (Francia), Altitude 100 (Belgio) e Minds Meet (Belgio), con il sostegno del CCA ed el VAF, ed esce il 17 giugno in Belgio (distribuito da O’Brother), e il 22 luglio in Francia (Happiness) e in Svizzera (Agora Films).

(Tradotto dal francese)

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