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VENEZIA 2015 Giornate degli Autori

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Klezmer: ebrei in fuga nella campagna polacca

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- VENEZIA 2015: L’esordio al cinema di Piotr Chrzan mette in scena un gruppo di giovani contadini che in un soleggiato giorno d’estate del 1943 trova nel bosco un ebreo ferito e deve decidere cosa farne

Klezmer: ebrei in fuga nella campagna polacca
Kamil Przystał, Filip Kosior e Weronika Lewoń in Klezmer

Nel marzo del 1942, i nazisti avviarono un’operazione di sterminio degli ebrei in Polonia (nome in codice Reinhardt) che terminò nel novembre del 1943 con l’uccisione di quasi due milioni di persone. Durante l’operazione, molti ebrei trovarono rifugio nelle campagne e chiesero aiuto ai contadini locali, ma non sempre lo ebbero. E’ in questo contesto che si cala Klezmer [+leggi anche:
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, la singolare opera prima del polacco Piotr Chrzan in gara alle Giornate degli Autori della 72ma Mostra di Venezia. Un’opera fortemente teatrale (il regista viene dal teatro, così come tutto il cast) che cerca di catturare la complessità del rapporto tra polacchi ed ebrei durante l’occupazione tedesca, “un periodo decisivo per lo sviluppo futuro del mio paese”, sottolinea il regista.

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Klezmer è una sorta di road movie nella foresta che si svolge nell’arco di poche ore. Lontani dal fronte, ma con la guerra sempre nei loro pensieri, alcuni giovani contadini raccolgono pigne e arbusti nel bosco vicino al loro villaggio, parlano, flirtano e fanno progetti per il futuro. Michal (Lesław Zurek, visto in In questo mondo libero [+leggi anche:
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di Ken Loach) sogna di trasferirsi da sua sorella a Chicago (“in America non bisogna essere ebrei per fare soldi”) e intanto cerca di sedurre la bella Maryska (Weronika Lewoń), che prima della guerra era tanto una brava ragazza e ora se la fa coi contrabbandieri. Witus (Kamil Przystał) vuole entrare nell’esercito per mangiare salsicce tutti i giorni, Marek (Szymon Nowak) punta all’eredità del padre, tre ettari di terra… La giornata scorre tranquilla fino a quando i quattro non trovano, steso tra le frasche, un uomo ferito e privo di sensi: un ebreo (Filip Kosior). Che fare? Aiutarlo o denunciarlo? 

Il film diventa, da quel momento in poi, un lungo e faticoso viaggio per trascinare l’ebreo fuori dalla foresta e consegnarlo al suo destino, ma anche un’esplorazione delle varie attitudini che i polacchi hanno espresso nei confronti dei loro connazionali giudei durante la Seconda guerra mondiale, il tutto condito da pregiudizi antisemiti, perle di folclore popolare e tanta sete di denaro. Nella messa in scena pensata da Chrzan, i personaggi entrano ed escono da quella sorta di palcoscenico che è la foresta, si alternano, dialogano, scompaiono, ricompaiono e tutte le loro azioni ci concentrano sull’ebreo, protagonista assoluto della scena seppur muto, passivo, esanime. Tanti altri personaggi si affacceranno durante il cammino, primi fra tutti Hanka (Dorota Kuduk, vista in Ida [+leggi anche:
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di Pawel Pawlikowski), la cosiddetta “zietta degli ebrei”, e Pazyniak (Rafał Maćkowiak) che se invece ne trova uno, lo consegna subito ai tedeschi.

Ogni personaggio incarna un atteggiamento diverso nei riguardi degli ebrei, che va dalla compassione alla spietatezza, ma “i casi estremi, sia positivi che negativi, furono rari”, precisa il regista, che per preparare il copione ha studiato molti report dell’epoca. “La maggior parte dei polacchi furono passivi osservatori e testimoni dell’Olocausto”. Un po’ come quell’ebreo, inerme, impotente, trascinato dagli eventi. Alla fine, a racchiudere lo spirito di quel paese travolto dall’orrore, allo sbando, sembra essere proprio lui.

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