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My Life As A Film: la telecamera, il regista e l’oggetto dei suoi desideri

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- Il film dell’esordiente regista svizzera Eva Vitija presentato in prima mondiale a DOK Leipzig nella sezione International Programme

My Life As A Film: la telecamera, il regista e l’oggetto dei suoi desideri

L’autunno si preannuncia ricco di film svizzeri. Diverse produzioni, alcune in prima mondiale e altre già “rodate”, saranno presentate in diversi festival internazionali di film documentari. È stata la regista zurighese Eva Vitija a dare il via con il suo personalissimo primo lungometraggio My Life As A Film [+leggi anche:
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(Das Leben drehen-Wien mein Vater versuchte, das Glück festzuhalten),
riflessione filosofica ma mai ombelicale sul mezzo filmico e sulla delicata relazione triangolare fra la telecamera, il regista e l’oggetto dei suoi desideri. My Life As A Film è stato presentato in prima mondiale all’appena concluso DOK Leipzig nella sezione International Programme. Presente nella stessa categoria anche Grozny Blues [+leggi anche:
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di Nicola Bellucci, uno dei quattro documentari svizzeri in lizza per il prestigioso European Film Awards. Ad accompagnarli altre due coproduzioni rossocrociate: Volta à Terra [+leggi anche:
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di João Pedro Plàcido (Next Masters Competition), e Lampedusa in Winter [+leggi anche:
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di Jakob Brossmann (International Competition) che ha debuttato quest’anno al Festival del Film Locarno.

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Per il suo primo lungometraggio la regista zurighese è andata a scavare nel più profondo della sua storia familiare frammentata in immagini da un padre cineasta bulimico di ricordi. Una storia scritta da qualcun altro in una lingua a lei difficilmente comprensibile. Attraverso la telecamera, a lungo considerata come nemica, un occhio artificiale che si immischiava costantemente nella sua intimità, Eva Vitija cerca di decifrare il messaggio che si nasconde dietro le lunghe riprese paterne.

Il regalo (avvelenato) ricevuto per il suo diciottesimo compleanno fu proprio un film sulla sua vita girato da suo padre, il cineasta svizzero Joschy Scheidegger, che da genitore “normale” si è trasformato in entomologo familiare, ossessionato da una felicità artificiale che sembra pian piano sfuggirgli di mano. Incapace di capire l’importanza di questo regalo e di decifrare il ricco e sensibile sottotesto che lo compone, Eva Vitija ha preferito separarsene, ignorarlo, allontanarlo dalla sua quotidianità. La morte di suo padre l’ha però spinta a riconsiderarlo alla luce degli immensi archivi cinematografici che gli ha lasciato. È in questo modo, impugnando la telecamera che l’ha perseguitata durante lunghi anni, che la regista si è spostata nel campo del “nemico”. Un’esperienza che si è trasformata non soltanto in ricerca di una verità familiare autentica ma anche in riflessione sul cinema come unica possibilità per catturare una vita, una realtà che sappiamo (troppo) effimera.

Se per suo padre il tentativo si è rivelato fatale, per sua figlia si è trasformato invece in catartica liberazione. Cosa si nasconde dietro le interminabili riprese di suo padre? Dove si nasconde il genitore che la telecamera sembra in qualche modo avergli rubato? Camminando sulle sue orme, utilizzando le sue immagini d’archivio ma anche le testimonianze di suo fratello e sua madre, la regista cerca di far rivivere quella verità che suo padre ha soffocato sotto una montagna di ricordi artificiali. Eva Vitija spoglia il materiale d’archivio che ha ereditato fino a fare affiorare una verità difficile e allo stesso tempo guaritrice.  Il regalo di suo padre smette inaspettatamente di essere una serie di immagini per diventare puro sguardo, quello di un uomo insicuro e insoddisfatto che cerca di rubare alla realtà quella felicità, quella serenità che tanto gli manca. Una proiezione artificiale di un bisogno incredibilmente reale.

Attraverso il suo film Eva Vitija ridà al suo passato quell’intimità che la telecamera di suo padre sembra avergli rubato, ristabilisce quel legame che l’univa non solo a lui ma anche e soprattutto a se stessa. Il sottile ma evocativo lavoro sul suono di Christian Garcia e Maurizius Staerkle Drux plana sulle immagini come il fantasma di un passato inafferrabile e ovattato, tanto dolce quanto crudele. Un’opera prima potente e (forse) inaspettatamente universale che non ha paura di mostrare le piccole e grandi imperfezioni che ci rendono umani.

My Life As A Film è una coproduzione SwissDok GmbH, Zürcher Hochschule der Künste ZHdK e Schweizer Radio und Fernsehen.

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