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Tell Spring Not to Come This Year: Un'aggiunta vitale

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- Il documentario di Saeed Taji Farouky e Michael McEvoy ci ricorda quanto fallace possa essere il giornalismo occidentale

Tell Spring Not to Come This Year: Un'aggiunta vitale

Sembra incredibile pensare che il mese scorso ha segnato il quindicesimo anniversario dell'invasione dell'Afghanistan. Forse perché quelle orrende immagini degli attacchi dell'11 settembre sono ancora così indelebilmente impresse nella nostra memoria, mentre gli anni di occupazione successivi sono passati con una rapidità apparentemente impossibile. Inoltre, quasi a nostra insaputa, la lotta continua ad imperversare nella regione e pare sia un argomento degno di discussione.

Quindi chiedetevi questo: quand'è stata l'ultima volta che avete visto l'invasione dell'Afghanistan analizzata dal punto di vista di un nativo? Anzi, quando mai avete sentito parlare un afgano della sua esperienza, al di là di qualche estratto di due minuti in un notiziario? Beh, è ​​proprio quella parte del dialogo che Michael McEvoy e Saeed Taji Farouky hanno cercato di ristabilire con la loro co-produzione tra Regno Unito e Afghanistan, ragionata e poetica, dal titolo Tell Spring Not to Come This Year [+leggi anche:
trailer
intervista: Saeed Taji Farouky
scheda film
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Ora, come suggerisce il titolo, questo non è necessariamente un documentario leggero e ottimista. Ma non è nemmeno un film che descrive la situazione afgana con inutile mestizia. Osserva semplicemente. Racconta con una calma apparentemente indifferente e aggraziata le lotte quotidiane dell'Esercito Nazionale Afgano. Lo fa seguendo una società di armi pesanti con sede in una delle zone più difficili della famigerata provincia di Helmand, e in alcune delle sue scene più assurde accanto a questi uomini, questo film è davvero avvincente.

E neanche perché drammatizzi o glorifichi la loro sofferenza. Invece, Tell Spring Not to Come… ha un stile delicato e lirico, che sembra quasi assomigliare al ritmo espansivo e lento di Timbuktu [+leggi anche:
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scheda film
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di Abderrahmane Sissako. E proprio come in questo film di finzione, i registi catturano questo senso di clima e cultura diversi, e poi lo restituiscono abilmente a noi in sala. Infatti, artisticamente parlando, Tell Spring Not to Come… si comporta un po' come un film di finzione, e in qualche modo questo lo fa sembrare ancora più fattuale, o meglio, più fedele alle emozioni catturate.

In gran parte questo si ottiene perché il film contiene numerose scene a rallentatore ben misurate e artistiche e, talvolta, i suoi soggetti sono descritti con primi piani statici, dando il senso di trovarsi in un'esperienza che trascende i fatti di base. Inoltre, essendo montato su una solida miscela di registrazioni audio intime, il film raggiunge ugualmente il suo obiettivo di dare voce a chi sta ancora combattendo per assicurare la pace, e lo fa in un modo piuttosto piacevole. Il fatto che questo film eviti completamente i discorsi prolissi e le voci fuori campo sembra anche cancellare abilmente la presenza dei registi, e sicuramente rende la visione del film essenziale per chi è interessato all'attuale evoluzione dei documentari d'essai.

Anche se di per sé, è assolutamente affascinante vedere degli uomini sfortunati che cercano di dare un senso alla guerra davanti alla macchina da presa. In più, questo film mostra le divisioni che esistono sul terreno in Afghanistan, in un modo che non avreste mai immaginato. Che siano tra l'esercito, la polizia o i talebani, i conflitti adrenalinici e ragionati a un tempo che vediamo, sembrano molto istruttivi. E sia che si metta in discussione la loro fedeltà all'America o al proprio esercito, o che assistiamo a uno scontro di religione, ideologia, cultura o disperazione, Tell Spring Not to Come…non smette mai di sembrare un'istantanea vitale.

Questo film è rappresentato da Sabatour Sales, ed è distribuito nel Regno Unito da Soda Pictures.

(Tradotto dall'inglese)

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