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Fragments du paradis, tra le montagne si nasconde il divino

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- L’ultimo lungometraggio del romando Stéphane Goël, presentato in prima mondiale all’ultima edizione del Festival del Film Locarno, continua il suo cammino

Fragments du paradis, tra le montagne si nasconde il divino
Una scena di Fragments du paradis

Dopo Locarno, Fragments du paradis [+leggi anche:
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di Stéphane Goël continua la sua strada facendo tappa ad Amsterdam, all’International documentary film festival (IDFA) (18-29 novembre) dove sarà presentato nella sezione Masters. Ad accompagnarlo un altro film svizzero, Sonita di Rokhsareh Ghaem Maghami, che farà parte della sezione First.

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Con Fragments du paradis Stéphane Goël, cofondatore del collettivo losannese Climage, ci fa viaggiare tra i paradisiaci paesaggi elvetici, sospesi, come se la forza di gravità non esistesse. Qual è la rappresentazione visiva del paradiso per gli abitanti di un paese, la Svizzera, che per molti versi può già essere considerato come il giardino dell’Eden? In una società occidentale dove i social network si sono trasformati in semi-divinità l’immagine del paradiso è ancora la stessa? Stéphane Goël affronta di petto, con sensibilità e un’irresistibile dose di humor quest’argomento “scottante” dai toni mistici.

Fragments du paradis dà voce e corpo a una galleria eclettica di personaggi arrivati ormai quasi al capolinea della loro esistenza. La loro personale rappresentazione del paradiso è spesso sorprendente, incredibilmente pragmatica ma personale, frutto delle loro esperienze di vita, facili o difficili che siano. Credenti, atei o agnostici poco importa, quello che conta è la loro intima visione dell’aldilà, luogo sognato o negato ma sempre e comunque presente nei loro pensieri. Quello che rende l’ultimo film di Stéphane Goël interessante e toccante è la scelta di utilizzare come filo conduttore (sorta di cordone ombelicale immaginario) un viaggio al contempo reale e simbolico con suo padre verso un ipotetico paradiso terrestre tra le montagna. Questa ascesa montagnosa verso il cielo è l’occasione per riconnettersi con una realtà familiare che fa ormai quasi parte del passato, dei frammenti di vita che messi insieme illuminano un percorso personale emozionante e profondo. Questa dimensione intima nutre e arricchisce il soggetto trattato che da universale diventa privato e familiare. Le immagini grandiose e sublimi delle montagne elvetiche e l’economia dei dialoghi tra padre e figlio fanno pensare a registi quali Ozu o Hou Hsiao Hsien. I gesti e gli sguardi o semplicemente il respiro sempre più affannoso del padre man mano che l’ascesa verso la vetta si fa più difficile diventano degli elementi narrativi a sé stanti, potenti ed evocativi.

Grazie a un andirivieni perfettamente calibrato di immagini d’archivio (presumibilmente della famiglia di Goël), di interviste a persone perlopiù alla fine della loro vita e di momenti di intimità tra padre e figlio, il regista romando trasforma il cinema in un momento privilegiato dove la realtà diventa qualcosa di crudelmente meraviglioso. La musica ipnotica ed inquietante di Jeans-Philippe Zwahlen aleggia sulle immagini come a sottolineare con grazia l’irrimediabile e inarrestabile scorrere del tempo. L’universo cinematografico creato da Goël è a tratti fantascientifico: immagini di vette montagnose sovrastate da un cielo che sembra artificiale nella sua perfetta maestosità o ancora stanze dedicate alle cure palliative dove il soffitto è illuminato da proiezioni celesti (di montagne o ancora di dipinti barocchi). La realtà non è forse già pericolosamente troppo somigliante al paradiso? Il paradiso non è forse allora che una questione di “qui e ora”? Fragments du paradis propone anche una sorprendente analisi della Svizzera, paese frammentato ma unito nel quale convivono lingue, culture e credenze diverse. Un balletto maldestro dove le differenze e le incomprensioni svaniscono tra le montagne, sorta di luogo incantato che trasforma la realtà in divino. Un film magnetico che ci fa viaggiare molto, molto lontano.

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