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De l’ombre il y a, un grido viscerale e liberatorio

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- L’intrigante e potente secondo lungometraggio di Nathan Nicholovich vince il Reflet d’or del Geneva International Film Festival Tous Ecrans

De l’ombre il y a, un grido viscerale e liberatorio
Una scena di De l’ombre il y a di Nathan Nicholovich

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di Nathan Nicholovich, selezionato all’ACID di Cannes e interpretato da un David D’Ingéo in stato di grazia, riceve il premio più importante del Geneva International Film Festival Tous Ecrans, quello del concorso internazionale.

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, suo primo lungometraggio anch’esso selezionato all’ACID, Nathan Nicholovich continua la sua indagine all’interno dei corpi, là dove il cuore batte più forte, là dove si annidano sentimenti difficili, a volte impossibili da esprimere. Pochi come il giovane regista francese sono capaci di liberare quella bellezza ferita e sincera, quella magia che scaturisce dall’incontro fra un personaggio e un attore a fior di pelle. La sua capacità di liberare la recitazione, di “rubare” agli attori quella sincerità istintiva che si annida nelle loro pance, è assolutamente straordinaria, rinfrescante e liberatoria.

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De l’ombre il y a si svolge in una Cambogia abitata dallo spettro dei crimini commessi dai Khmers Rossi, e capitanata da un personaggio enigmatico e magnetico: Miranda, regina dei bassi fondi di Phonom Penh. A 45 anni Miranda, travestito francese che sopravvive prostituendosi, cerca di bloccare il tempo costruendosi una corazza di botulino contro la quale i suoi sentimenti si scontrano e rimbalzano per ritornare ad annidarsi nel più profondo del suo essere, ermetico, inespugnabile. A lottare contro questo guerriero artificiale, una ragazzina (la toccante Panna Nat), sfuggita al traffico del crimine organizzato, che gli si attacca addosso con quell’ostinazione istintiva e disperata che appartiene solo all’infanzia.

De l’ombre il y a è il ritratto sincero, fino alla crudeltà, di un essere a parte che fluttua al di sopra delle differenze di genere, che si nutre di queste per creare qualcosa: un uomo, una donna, un mondo, solo suo. Le ferite di Miranda appartengono unicamente a lei (mai Nathan Nicholovich ci spiega come sia approdata a Phonom Penh). Quello che cerca non è la redenzione ma la grazia, l’osmosi sognata fra gli opposti che la abitano e che l’illuminano da dentro. C’è dell’ombra nel piccolo e violento universo di Miranda, certo, ma questa non è presagio di mal augurio, al contrario è lo spazio indispensabile nel quale sognare, immergersi nell’orrore dei propri ricordi, per uscirne liberato. Come una giovane Nan Goldin, Nathan Nicholovich carezza i corpi feriti, accidentati, dei suoi protagonisti senza paura di essere infettato dalla loro sofferenza. Il suo sguardo, come un balsamo lenitivo, penetra nel profondo della loro carne per farne affiorare la verità, per spurgare un dolore al quale non sanno più dare un nome.

Il dramma vissuto da Miranda e Panna non è mai reso esplicito dalla narrazione, ciò che esprime il loro disagio e le loro speranza sono i loro corpi: esibiti, maltrattati (pensiamo per esempio alla scena in cui la ragazzina si mutila con un pezzo di vetro) ed infine perdonati. Filmando l’interno dei loro corpi, l’espressione involontaria che questi esprimono, Nicholovich libera il grido che rinchiudono. Panna, paralizzata nel suo mutismo, diventa alla fine del film voce (quella che racconta la sua stessa storia) ritrovando quella consistenza che si chiama umanità. De l’ombre il y a è un film che ci fa bene perchè ci permette di vivere le nostre contraddizioni senza sentirci colpevoli, lontani anni luce da quella sdolcinetezza sapientemente regolamentata, che ci circonda abbondantemente. Miranda vive fino in fondo, sperimenta sulla propria pelle un dolore, un orrore così forte da trasformarsi in bellezza, in catarsi. Splendido.

D’Un Film L’autre dello stesso Nicholovich si occupa delle vendite internazionali del film. 

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