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BERLINO 2016 Concorso

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Genius: l'uomo che sussurrava al romanziere americano

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- BERLINO 2016: Una squadra britannica rende un omaggio viscerale e appropriato all’editore di Scribner's, che sentì il primo vagito del Grande Romanzo americano

Genius: l'uomo che sussurrava al romanziere americano
Colin Firth e Jude Law in Genius

Martedì 16 febbraio è stato senza dubbio la grande giornata americana del 66mo Festival di Berlino. Tra il molto criticato Soy Nero [+leggi anche:
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di Rafi Pitts e l’esuberante Chi-Raq di Spike Lee (fuori concorso), i festivalieri hanno potuto scoprire un film esaltante e appropriato su una delle cose più formidabili che siano mai nate oltreoceano: Il Grande Romanzo americano. L’opera prima del drammaturgo Michael Grandage, Genius [+leggi anche:
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, è più precisamente un omaggio molto sentito all’editore che ha scoperto gli artigiani della letteratura americana del XX secolo, Max Perkins di Scribner's Sons (interpretato con maestria e sensibilità sublime da Colin Firth), attraverso la storia della sua relazione e del suo lavoro con l’incontrollabile scrittore, che voleva scrivere il romanzo totale dell’America: Thomas Wolfe (il cui genio tanto viscerale quanto ingombrante viene reso egregiamente da Jude Law). Il film suggerisce che dietro l’autore sudato e agitato, per non dire posseduto, ci fosse un genio discreto, ma senza il quale la sua verbosità torrenziale non avrebbe mai intrapreso il suo cammino verso i lettori.

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Come mostrano i nomi dei principali attori del film (a cui bisogna aggiungere quello di Nicole Kidman nel ruolo dell’amante e protettrice ebrea, una donna di teatro particolarmente indipendente, che non si fa problemi a fare scenate, il suo collega australiano Guy Pearce nei panni di Scott Fitzgerald e dell’inglese Dominic West nei panni di esploratore e cacciatore di selvaggina da pelo dell’imponente Ernest Hemingway), il film di Grandage non ha l’aria di opera prima, tutt’altro. Soprattutto la fotografia, magnificamente sottosatura (e ben sostenuta da scenografia e costumi) ci trasporta nell’industriosa effervescenza di New York in cappotto e cappello degli anni ’30, questa affascinante città di vapore, di strade numerate e di carta, dove inizia a farsi sentire, nel cuore nero della città, il ritmo selvaggio del jazz.

Ma soprattutto Grandage evita con brio tutti gli scogli e le gaffe che il suo tema imponente avrebbe potuto provocare. Contrariamente alla maggior parte dei film in costume che parlano di scrittori, non si accontenta di assorbire la luce del suo soggetto per rinviarne un surrogato pallido e insipido. Al contrario, lui e il suo sceneggiatore John Logan (Skyfall [+leggi anche:
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, Hugo Cabret...) danno prova di un’eccellente conoscenza e comprensione del lavoro dell’editore e dell’importanza di quel momento preciso in cui il fantasma hemingwayano del cacciatore solitario (che il film ritrae, prima di proseguire, in una foto accanto a un salmone gigante) ha lasciato il posto alla triplice ibridità di questa prosa errante, inumidita di jazz, che è diventata la vera lingua del Grande Romanzo americano (in americano). In Genius, Grandage dipinge l’elaborazione di questo testo pieno di corpo come una danza di carta fusionale e frenetica tra l’autore e il suo editore, a ritmo di colpi di penna rossa e di macchina da scrivere, fino al suono pesante e pieno, sul tavolo, dell’opera appena stampata della quale ci si appresta a divorare le pagine. 

(Tradotto dal francese)

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