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CANNES 2016 Concorso

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Paterson: "Erano solo parole scritte nell’acqua"

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- CANNES 2016: Il cineasta americano Jim Jarmusch, prodotto dal gruppo di origine tedesca K5 e da Amazon, firma un piccolo capolavoro di essenziale semplicità

Paterson: "Erano solo parole scritte nell’acqua"
Adam Driver e Golshifteh Farahani in Paterson

Cominciata da qualche anno e via via acceleratasi, la tendenza dei grandi gruppi europei, ma anche delle società indipendenti più ambiziose, ad impiantare filiali sul suolo americano vede ormai approdare alle vetrine dei maggiori festival delle associazioni in precedenza assolutamente improbabili, come quella che ha contribuito alla nascita del notevole Paterson [+leggi anche:
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di Jim Jarmusch. Presentato in concorso al 69° Festival di Cannes, il film è stato infatti prodotto da K5 International (fondata e diretta dai tedeschi Daniel Baur e Olivier Simon e ora con basi a Monaco, Londra e Los Angeles - vende il film nel mondo) e da Amazon, uno dei quattro GAFA paradossalmente e ironicamente in contrasto assoluto con il lavoro del maestro Jarmusch, che punta e tocca il cuore del minimalismo zen con un film di una serena autenticità dietro i suoi modi concettuali. 

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Cosparso di calma ironia, Paterson si svolge nella città di Paterson e ha come personaggio principale Paterson, un autista di bus e poeta incarnato da Adam Driver che vive un amore armonioso con Laura (Golshifteh Farahani), entusiasta amante della pittura in bianco e nero su qualsiasi supporto, dalle tende ai vestiti passando per le ruote di scorta e i cupcakes. Scrivendo sul suo quadernetto segreto versi nella vena del grande poeta americano William Carlos Williams (il cui poema Paterson così riassumeva negli anni ‘50 il ruolo del poeta: "nessuna ideologia, concretezza"), il nostro autista di bus conduce una vita ultra banale e ritualizzata le cui micro variazioni sono esposte da Jarmusch attraverso i sette giorni della settimana. Risveglio nel letto coniugale, camminata fino al deposito di autobus, presa del bus no 23, giornata di lavoro, ritorno a casa e piccolo scambio di impressioni quotidiane con Laura, passeggiata notturna con il bulldog Marvin e salto al bar gestito da Doc. E l’indomani, tutto ricomincia quasi identico, tranne ovviamente il weekend con un sabato di "festa" (ristorante e cinema con L’isola del dottor Moreau).

Una sorta di Ricomincio da capo che dipinge un’esistenza priva di qualsiasi artificio e che il regista ritrae con pazienza, una finezza avvolta da un umorismo leggero e uno sguardo benevolo, dove fascino e intelligenza operano posatamente nel corso delle giornate che si succedono e delle poesie ripetute come litanie che vediamo persino scorrere sullo schermo. Una melodia raffinata e astratta in una realtà quotidiana molto terra-terra che fa ripensare a quella sera del 2005 quando Jarmusch, ricevendo a Cannes il Grand Prix, tenne a salutare con l’ammirazione di un discepolo verso il suo maestro il cineasta taiwanese Hou Hsiao-hsien presente in sala e che non aveva ricevuto alcun riconoscimento. Perché è quello il destino di un poeta, saper legare il niente al tutto, avanzare al ritmo del tempo e, talvolta, ritemprarsi contemplando un ponte che sovrasta una cascata.

(Tradotto dal francese)

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