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VENEZIA 2016 Giornate degli Autori

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Quit Staring at My Plate: la famiglia come prigione

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- VENEZIA 2016: La regista croata Hana Jušić debutta nel lungometraggio con la storia di una giovane donna oppressa dai suoi bizzarri e selvaggi familiari, in cerca di una boccata d’aria

Quit Staring at My Plate: la famiglia come prigione

L’immagine scelta per la locandina parla da sola: una giovane donna distesa su un letto circondata da padre, madre e fratello che sembrano respirarle addosso. E’ in un ambiente familiare soffocante, oltre il limite del sopportabile, che penetra Quit Staring at My Plate [+leggi anche:
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, primo lungometraggio della croata Hana Jušić, già autrice di apprezzati corti tra cui No Wolf Has a House (Miglior Film al London Short FF 2016), e ora in concorso alle Giornate degli Autori della 73ma Mostra di Venezia.

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I primi minuti del film non fanno che confermarlo: alla protagonista, Marijana, non è consentito un attimo di pace neanche in bagno. Una madre invadente, un padre autoritario, un fratello maggiore che sembra non crescere mai, tutti stipati in un piccolo appartamento pieno di cose, dove si respira odore di fritto e si dorme l’uno attaccato all’altro. Per non parlare dei momenti a tavola, un supplizio anche per chi vi assiste. Solo qualche tuffo in piscina sembra regalare un minuto di tregua a questa androgina 24enne, taciturna e pallida. La situazione precipita quando il padre ha un ictus e rimane allo stato vegetale: a Marijana passa lo scettro di capofamiglia, e con esso tutte le responsabilità, mentre il fratello disoccupato guarda la tv e la madre sconsiderata spreca soldi in crocchette di pollo a forma di dinosauro.

Persino il vicinato, in questo quartiere di periferia di Sebenico (Dalmazia) decadente e caotico, sembra stringersi attorno al collo di Marijana, perché nessuno si fa gli affari suoi. L’unica via di sfogo, per lei, diventa il sesso occasionale con sconosciuti, cosa che ovviamente non tarderà a saltar fuori, in questo orribile “grande fratello” che la circonda e imprigiona. La fuga per la libertà diventa necessaria: ma scappare per andare dove? E se fuori il mondo fosse ancora peggio?

E’ con crudo realismo, ma anche con punte di umorismo nero che la giovane regista croata ritrae le dinamiche di questa famiglia disfunzionale, dove i rapporti sono complessi, contraddittori, dove a litigi feroci seguono gite al mare o un gelato in centro tutti insieme, e dove un abbraccio inaspettato lascia intravedere uno spiraglio di umanità in mezzo a tanta miseria d’animo. Il tutto è immerso in un’estetica del brutto, dove la fotografia raffinata di Jana Plecas sembra cercare la bellezza anche nel degrado, alternando sequenze evocative e quasi surreali a momenti più documentaristici. In ultimo, but not least, un cast in perfetta sintonia, che vede l’esordiente Mia Petričević (Marijana) dividere il set con tre professionisti di grande bravura: Arijana Čulina, stimata attrice di teatro al suo primo ruolo sul grande schermo, nei panni della fastidiosissima madre; Nikša Butijer, premiato al Pula Film Festival per i suoi ruoli in The Blacks [+leggi anche:
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, nel ruolo del fratello ritardato; e l’attore croato-danese Zlatko Burić (visto nella trilogia di Pusher), nei panni del padre padrone.

Quit Staring at My Plate, sviluppato al TorinoFilmLab, è un film croato-danese, prodotto da Kinorama, Beofilm e HRT (Radiotelevisione croata). Le vendite internazionali sono affidate alla società polacca New Europe Film Sales.

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