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Into the Inferno: Werner Herzog e i vulcani

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- Dopo Telluride e Toronto, sbarca alla Festa del cinema di Roma il nuovo documentario del grande regista tedesco, disponibile su Netflix dal 28 ottobre

Into the Inferno: Werner Herzog e i vulcani

Finiremo tutti sepolti da un fiume di magma incandescente? Con questo interrogativo ci lascia il nuovo documentario del grande cineasta tedesco Werner Herzog, che pochi mesi dopo la sua esplorazione dell’universo digitale (Lo and Behold, Reveries of the Connected World) ci porta con Into the Inferno in un avvincente giro del mondo – che parte dall'arcipelago di Vanuatu nell’Oceano Pacifico e tocca Indonesia, Etiopia, Corea del Nord e Islanda – sulle pendici dei vulcani attivi più maestosi della Terra. “Volevamo parlare delle origini dell’essere umano, ma anche del pericolo dei vulcani oggi”, ha spiegato Clive Oppenheimer, dell’Università di Cambridge, presentando il film all’11ma Festa del cinema di Roma, in selezione ufficiale. Il vulcanologo britannico, che Herzog conobbe dieci anni fa in Antartide mentre girava Incontri alla fine del mondo, ha ispirato il film con il suo libro “Eruptions that Shook the World”, ha accompagnato il regista nel suo viaggio, ed è lui che vediamo davanti alla macchina da presa a intervistare capi aborigeni, ricercatori e cacciatori di fossili.

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Ma Into the Inferno è molto più di un’esplorazione scientifica, perché – e qui sta il marchio inconfondibile del regista di Grizzly Man – mette al centro l’uomo e il suo rapporto con la natura. Miti, leggende, cosmologie: le popolazioni che vivono all’ombra dei vulcani vi si relazionano ognuna a suo modo. C’è chi vi vede il regno di spiriti e demoni, chi l’origine della vita e chi un simbolo della rivoluzione, come vediamo nella parte girata in Corea del Nord, dove a Herzog è stato concesso di documentare manifestazioni di devozione al Monte Paektu e al dittatore Kim Jong-un (mostrando “molto più dell’atmosfera di quel paese di quanto non avrebbe fatto con immagini clandestine”, afferma Oppenheimer). In questo peregrinare da un cratere all’altro, non mancano incontri con personaggi singolari, pane per i denti del cineasta teutonico: l’aborigeno che parla con il vulcano (ma non può rivelare che cosa si dicono); l’operaio che costruisce una chiesa devota al Merapi (Indonesia), pensata a forma di colomba ma che somiglia più a un gigantesco pollo; un eccentrico paleontologo di Berkeley che in Etiopia lancia una sfida, spazzola alla mano, a chi trova più resti di ominidi millenari.  

E poi ci sono i vulcani: i rumori, i fumi, gli scoppi, la lava che ribolle, schizza e scivola giù, catturata in immagini ipnotiche, infernali, spettacolari. L’uomo, in tutto questo, è minuscolo, si avvicina al cratere, quasi lo sfida, pur sapendo che il vulcano, se vuole, può annientare indifferentemente scarafaggi, rettili e umani (di grande effetto, a questo proposito, le vecchie riprese sul campo della coppia di temerari vulcanologi francesi Katia e Maurice Krafft, pionieri nel filmare vulcani in eruzione, prima di morire travolti dal magma sul Monte Unzen, in Giappone). Sotto i nostri piedi c’è un mare di fuoco pronto a esplodere e a spazzare via tutto, come accadde 74mila anni fa a Sumatra, dove si dice che l’eruzione di un super vulcano (dove oggi c’è il Lago Toba) abbia quasi portato all’estinzione del genere umano. E la riflessione di Herzog, in conclusione, non può che portarci lì: a quel senso di insignificanza di fronte alla natura, a chiederci che fine farà l’uomo su questa Terra, a sentire le nostre fondamenta molto più liquide.

Into the Inferno è una coproduzione anglo-tedesco-canadese di Spring Films, Werner Herzog Film e Matter of Fact Media. Il film sarà disponibile su Netflix, in tutti i paesi in cui il servizio è attivo, dal 28 ottobre.

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