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SIVIGLIA 2016

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Le Parc: una passeggiata, un luogo

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- Il giovane regista francese Damien Manivel costruisce un gioco cinematografico curioso e libero a partire da un incontro (e scontro) tra una coppia di adolescenti

Le Parc: una passeggiata, un luogo
Naomie Vogt-Roby e Maxime Bachellerie in Le Parc

Il giovane regista bretone Damien Manivel sembra muoversi come un pesce in acqua nelle storie quotidiane ordinarie e semplici. Il suo cinema, senza pregiudizi né ostentazione, peraltro anacronistico, è privo di grandi picchi drammatici o di narrative elaborate, e si muove come se passeggiasse spensierato, avanti, indietro, in un luogo isolato da tutto il resto. Un luogo che, proprio per ospitare una di quelle storie di tutti i giorni ordinarie e semplici, è vicino e modesto. Un parco è lo scenario del suo secondo film, intitolato appunto Le Parc [+leggi anche:
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. La pellicola, presentata nella sezione ACID della passata edizione del Festival di Cannes, è ora stata proiettata nella sezione Las Nuevas Olas del 13° Festival del Cinema Europeo di Siviglia, che ha accolto il suo curioso gioco cinematografico.

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In esso, un ragazzo (Maxime Bachellerie) e una ragazza (Naomie Vogt-Roby) passeggiano insieme per un parco. Lui la aspetta su una panchina, e le chiede, quando arriva, "come va?" Sebbene sembri che si conoscano, si fanno domande con la stessa semplicità. Che cosa studiano, cosa gli piace, dove vivono, che lavoro fanno i genitori, ecc. Nulla più che la normalità. Entrambi sono, tutto sommato, un po' impacciati: con i loro corpi languidi, uno molto alto e l'altra molto bassa, cercano di parlare e di avvicinarsi, e una volta vicini, di abbracciarsi e baciarsi. Nei sentieri del parco, nei suoi ampi prati, e anche nei boschetti, cercano di trovare un posto tranquillo. E tentano anche di scattare qualche selfie. Quando lo trovano (un luogo più sentimentale che fisico), tuttavia, lui deve tornare a casa, le cose della vita, e lei resta nel parco.

Il leggero lato drammatico di Le Parc comincia qui, nella distanza, nel punto in cui la comunicazione tra i due si effettua tramite messaggi WhatsApp, che vediamo comparire sullo schermo in maniera molto delicata. Lei vuole rivederlo, e lui le dice che non può, che sta ancora con la sua ex. Lei lo insulta e gli dice che vorrebbe poter tornare indietro nel tempo. Durante questa conversazione WhatsApp fa buio e il parco diventa un onirico e strambo regno dell'oscurità, e lei, addolorata, decide di tornare al passato nel modo più semplice, ingenuo e strano possibile.

Il dialogo che compare sullo schermo, senza interlocutore visibile, è stato, in effetti, uno degli elementi più importanti della sua prima opera, Un jeune poète [+leggi anche:
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. Manivel utilizza questo metodo, insieme con il suo modo speciale di tornare indietro nel film, per dar forma al suo gioco. La sua proposta si impregna così di un "surrealismo realistico", una magia semplice disegnata attraverso piani statici che rimandano al cinema di Pedro Costa, e più da lontano, a Robert Bresson. E le sue idee giocose finiscono per essere, seppur non complesse, tanto gradevoli quanto interessanti.

Il film è prodotto da MLD Films, ed è venduto all'estero da The Open Reel.

(Tradotto dallo spagnolo)

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