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Waldstille: ritrovare la chiave della propria vita

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- Un film asciutto e di grande qualità per l’olandese Martijn Maria Smits che offre un bellissimo ruolo al belga Thomas Ryckewaert

Waldstille: ritrovare la chiave della propria vita

Esiste una categoria molto particolare di film che non hanno assolutamente diritto all’errore, quella delle opere che trattano soggetti già affrontati molte volte al cinema. Nell’impossibilità di mettersi in luce attraverso l’intreccio, tali film sono un potente rivelatore del talento dei registi in materia di messa in scena, finezza delle sfumature, sensibilità e arte di dirigere gli attori. E’ il caso, e in senso molto favorevole, di Waldstille [+leggi anche:
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intervista: Martijn Maria Smits
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]
, secondo lungometraggio dell’olandese Martijn Maria Smits dopo C'est déjà l'été (rivelatosi in competizione a Rotterdam nel 2010).

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Scoperto a San Sebastian nella sezione Nuovi registi e proiettato questa settimana in competizione al 17° Arras Film Festival, il film è un’eclatante dimostrazione delle promettenti qualità di un regista proveniente dal documentario e che riesce a trasporre le sue abilità nella finzione con giustezza notevole, in particolare attraverso un acuto senso del potere dell’immagine, del ritmo delle sequenze e dei tempi del silenzio. Un dono dell’osservazione accompagnato da una buona padronanza (senza ostentare) dell’inquadratura che gli permette di dare a un racconto relativamente classico (in preda al senso di colpa, un uomo tenta di riacquisire il diritto di vedere suo figlio) una dimensione molto personale.

Esplorando nuovamente il tema della famiglia che era al centro di C'est déjà l'été, Martijn Maria Smits costruisce la sceneggiatura di Waldstille (co-firmata con Lenina Ungari) in tre parti, con un’ellissi di qualche anno a separare la prima dalla seconda. Tutto comincia nella febbre dei festeggiamenti per Ben (il belga Thomas Ryckewaert) e Tinka, giovani genitori che affidano la figlia piccola Cindy ai nonni per godersi a pieno i baccanali e il locale notturno a seguire. L'alcol scorre a fiumi, Ben vi aggiunge della cocaina e dopo una litigata e una riconciliazione, un incidente d’auto porta Tinka alla morte e Ben in prigione. Rilasciato due anni più tardi, Ben si trasferisce e lavora nella fattoria dei suoi genitori. Vorrebbe rivedere Cindy (Zinsy de Boer), ma i suoi suoceri gli oppongono un netto rifiuto ("hai ucciso mia figlia, non la vedrai mai", "non sei più il benvenuto, la mia vita è un inferno e farò anche della tua un inferno. Credi di essere già stato punito?", "lei non ti conosce, non hai futuro qui, rovineresti la sua vita"). Un muro che Ben tenterà pertanto di infrangere in vari modi, in particolare con l’aiuto di sua cognata (Jelka van Houten)...

Immerso in un realismo sociologico più che credibile (il mondo dell’allevamento di maiali), Waldstille offre la stessa acutezza a livello di psicologia dei personaggi, trovando la giusta distanza tra un certo contenimento dell’espressione emotiva e la profondità interiore del dolore dei personaggi. Un sottile percezione della potenza dei fremiti umani che dà enorme valore agli sguardi, ai piccoli gesti (in particolare nella riunione finale tra padre e figlia) e un grande fascino al film a dispetto della sua densità drammatica soggiacente. Onnipresente sullo schermo, Thomas Ryckewaert si impadronisce con carisma del ruolo d’oro che gli offre Martijn Maria Smits, un cineasta innegabilmente talentuoso il cui prossimo lungometraggio è già atteso con grande curiosità.

Prodotto da Circe Films, Waldstille è venduto nel mondo dai tedeschi di Media Luna.

(Tradotto dal francese)

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