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BERLINO 2017 Fuori concorso

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El bar: i dannati otto

di 

- BERLINO 2017: Álex de la Iglesia rinchiude tre donne e cinque uomini in un bar e li - ci - costringe a vivere un incubo angosciante, violento ed eccessivo

El bar: i dannati otto
Carmen Machi, Joaquín Climent, Mario Casas, Alejandro Awada e Terele Pávez in El bar

“Bares, ¡qué lugares!…” ("bar, che luoghi!") cantava amabilmente Gabinete Caligari, gruppo musicale spagnolo degli anni Ottanta. Perché nei bar si trova di tutto: il meglio e il peggio della nostra specie. Sono luoghi che riuniscono, in pochi metri, la fauna più varia, che riesce, almeno per un po’, a convivere. Álex de la Iglesia lo sa, e il suo fedele sceneggiatore Jorge Gerricaechevarría pure. Per questo hanno scritto El bar [+leggi anche:
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, proiettato fuori concorso alla Berlinale 2017, alcune settimane prima di inaugurare il 20º Festival di Malaga come trampolino di lancio della sua uscita spagnola, il 24 marzo.

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Girato su un set che ricostruisce il luogo del titolo, chiamato “El Amparo” (come la sua proprietaria), il suo sottosuolo e una piazza centrale di Madrid, El bar rinchiude tra le sue mura lo spettatore affinché senta lo stesso che sentono i suoi clienti: ansia, panico, confusione e disperazione... con lampi di meschinità, diffidenza e paranoia. Qui sono riuniti cittadini tutti apparentemente civili – un hipster, una ragazza bene, un agente di commercio... – che quando le cose si mettono male, cominciano a tirar fuori le unghie, i denti e la lingua tagliente.

De la Iglesia ha sempre ritratto il lato decadente e selvaggio degli esseri umani e della loro comunità, basti ricordare La comunidad o La chispa de la vida [+leggi anche:
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, senza sottovalutare il suo eccellente lavoro precedente, Mi gran noche [+leggi anche:
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. Qui torna a dirigere alcuni attori dei suoi film precedenti – Mario Casas, Terele Pávez, Carmen Machi, Jaime Ordoñez, Blanca Suárez – e li sottopone a una clausura inspiegabile che troverà sbocco nelle fogne ... letteralmente.

Così come Antonio Mercero ingabbiava José Luis López Vázquez in La cabina, inquietante film per la televisione che sconvolse la Spagna nel 1972, e che gli allora bambini De la Iglesia e Guerricaechevarría hanno ampiamente gustato, il regista di El día de la bestia fa lo stesso coi suoi otto protagonisti e lascia che si divorino l'un l'altro. Perché El bar è un selfie dell’egoismo scatenato dei nostri giorni, dove il "si salvi chi può" tirannizza la nostra società "altamente avanzata".

Con un inizio mozzafiato (oltre a dei titoli di testa spettacolari) che ti fa spalancare gli occhi, e una scena finale che rimane impressa nella retina, El bar non riesce a mantenere l'interesse per tutta la sua durata e si sgonfia nella sua parte centrale per l’eccessiva lunghezza e le troppe ambizioni, in aggiunta alla consuetudine ad accumulare troppe cose del regista basco, che ci serve per quasi due ore troppi "assaggini": di La cosa, dell'ultimo Tarantino, di L’angelo sterminatore (eterno, Luis Buñuel), di Ai confini della realtà… provocando un’indigestione, perché tanti assaggini ammazzano la fame, ma non nutrono come una buona cena.

El bar è una produzione di Pokeepsie FilmsNadie es Perfecto, con la collaborazione di Atresmedia CineMovistar+, e la coproduzione di Pampa Films. La distribuzione è a carico di Sony Pictures Releasing España. Il suo agente di vendita è Film Factory Entertainment.

(Tradotto dall'inglese)

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