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Last Men in Aleppo è il resoconto del nostro fallimento in Siria

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- Il vincitore al Sundance e a CPH:DOX, il documentario è la testimonianza impietosa della lotta dei Caschi bianchi ad Aleppo

Last Men in Aleppo è il resoconto del nostro fallimento in Siria

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del cineasta siriano Feras Fayyad e del regista e montatore danese Steen Johannessen, è stato presentato in anteprima mondiale al Sundance, dove si è aggiudicato il Gran Premio della giuria per la categoria del Miglior documentario internazionale. La settimana scorsa l’opera ha duplicato il successo, portando a casa la statuetta più ambita del festival CPH:DOX di Copenaghen (leggi l’articolo).

Il film segue le azioni di alcuni Caschi bianchi (White Helmets), noti ufficialmente sotto il nome di Difesa civile siriana. Si tratta di volontari che operano in porzioni di territorio controllate dai ribelli con l’obiettivo di salvare i civili dalla distruzione di edifici, aiutando la Mezzaluna rossa e rischiando quotidianamente la loro vita. Il documentario comincia con una scena straziante – la prima di una lunga serie – in cui vediamo Khaled, padre di due figlie, estrarre tre bambini dalle macerie. Soltanto uno dei tre è vivo.  

Ritroviamo Khaled poco dopo, mentre è in macchina con Mahmoud, che dichiara di avere un solo scopo, quello di evitare che il fratello minore, anch’egli volontario, rimanga ucciso. I due sono diretti verso un’altra emergenza: un missile ha appena colpito un’auto in una strada periferica della città. Proprio quando stanno aiutando un pompiere a spegnere le fiamme, vengono attaccati da un nemico nascosto. Una pioggia di proiettili si abbatte su di loro e lo stesso cameramen finisce a terra, tanto che la ripresa prosegue con inquadrature traballanti. 

Molte sono le immagini scioccanti, come quelle che mostrano i Caschi bianchi impegnati a setacciare i detriti di un palazzo sventrato da un missile per estrarre cadaveri di adulti e corpi di bambini orribilmente feriti, spesso tra le braccia di genitori devastati dal dolore. Vengono rinvenute anche membra staccate – gambe, mani, piedi – che i volontari cercano di riunire ai rispettivi corpi. Ciò che rende la visione del film quasi insopportabile è il rendersi conto che queste sono scene quotidiane, che si ripetono giorno dopo giorno e danno forma alla lotta costante di questi abitanti intrappolati sotto il fuoco incrociato di Bashar al-Assad e delle forze russe. I registi non esitano a mettere lo spettatore nel bel mezzo della tragedia.  

Non mancano momenti meno drammatici, seppur di breve durata. Durante un cessate il fuoco, ad esempio, Khaled porta le sue bambine in un parco giochi, dove sotto un sole splendente le famiglie si sono radunate per approfittare di uno dei rari istanti di calma e genitori e figli giocano sulle altalene… Ben presto però un aereo russo appare sopra le loro teste e sono costretti a cercare un rifugio. Nessun cessate il fuoco in Siria è affidabile.  

I protagonisti sono pieni di umanità, sono personaggi in carne ed ossa, e il fatto che ci piacciano e che ci si affezioni a loro rende il film ancora più duro. Ci rispecchiamo in loro e viviamo il loro stesso inferno. Non è piacevole, e certamente non può esserlo. Dopo 100 minuti di film, lo spettatore è sconvolto, sotto shock, ma la sensazione non finisce lì. Guardare Last Men in Aleppo è un’esperienza traumatizzante, che ci impedisce di dimenticare a che livelli catastrofici la specie umana abbia fallito in Siria. Non dovremmo mai dimenticarcene, non soltanto in Occidente, ma anche in quei paesi del Medio Oriente non toccati dal conflitto, e dovremmo avvertire almeno un pizzico di senso di colpa di fronte all’orrore che si sta consumando in Siria. Il documentario riesce in questa missione.  

Last Men in Aleppo è prodotto dalla società danese Larm Film e dalla siriana Aleppo Media Center, in coproduzione con la tedesca Kloos & Co Medien. DR Sales, con sede in Danimarca, detiene i diritti internazionali.

(Tradotto dall'inglese)

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