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Un altro me: nella mente dei condannati per violenze sessuali

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- Proiettato di recente al Festival di Lecce, il doc di Claudio Casazza segue il percorso di riabilitazione di un gruppo di sex offenders nel carcere di Bollate. Dal 13 aprile al cinema

Un altro me: nella mente dei condannati per violenze sessuali

E’ come una “mosca sul muro”, osservando a distanza e senza mai interferire, che il documentarista monzese Claudio Casazza ha trascorso un anno nel carcere di Bollate (Milano) per raccontarci, nel suo ultimo lavoro Un altro me [+leggi anche:
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, un esperimento importante, primo e unico in Italia: un percorso terapeutico dedicato agli autori di reati sessuali, per capire se stessi, la gravità di ciò che hanno fatto e, una volta scontata la pena, cercare di non farlo più. “Cercare”, proprio così: un tentativo, non una certezza. Ed è proprio questo senso di fallibilità umana, di dubbio latente – da entrambe le parti, psicologi e detenuti – che percorre l’ora e venti di questo interessante documentario, proiettato all’ultimo Festival del cinema europeo di Lecce, dopo i premi ricevuti al 57° Festival dei Popoli, al Trieste FF e al Mese del Documentario 2017. Nessuna certezza: ogni sequenza del film si chiude con un interrogativo, un discorso rimasto aperto, un silenzio evocativo. Domande cui le scene successive tentano di dare una risposta, ma il cerchio sembra non chiudersi mai.

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Sergio, Gianni, Giuseppe, Valentino, Enrique sono i detenuti protagonisti, ma non li vediamo mai in faccia, solo qualche dettaglio: le mani, il collo, una nuca, un ginocchio. Il regista ha scelto di tenerli fuori fuoco, tutto il tempo, per proteggere loro, proteggere le vittime e proteggere lo spettatore dalla crudezza dei loro atti, ma anche per trasmettere quella distanza che i condannati hanno verso se stessi e il proprio crimine. Una distanza che il trattamento intensivo del team di criminologi e terapeuti guidato da Paolo Giulini mira a ridurre, annullare. Cosa pensano del loro reato? Come lo giustificano? Come pensano ci comportarsi una volta che saranno fuori? Sono alcune delle domande che vengono poste nelle sedute di gruppo, negli incontri individuali, a questi sex offenders che si raccontano senza filtri, mostrando più o meno consapevolezza della gravità delle azioni che li hanno portati in carcere, resistenza verso la terapia o sincera partecipazione, a seconda dei casi.

Sarebbe stato facile trasformare questo film in un dispensatore di devianze, indugiare sulla morbosità dei temi trattati. E invece l’approccio di Casazza asciutto, discreto e professionale, come quello dell’équipe stessa di medici e tirocinanti sul campo, lo rende un’esperienza profonda, riflessiva, dove nessuno giudica nessuno e dove anche la testimonianza portata da una vittima di abusi sessuali – una donna che con una forza straordinaria accetta di incontrare i detenuti e parlare con loro, in uno dei momenti più significativi dell’intero percorso riabilitativo che ci viene mostrato – non ha il carattere della condanna, ma è un invito a rimettersi in gioco, a dialogare e a capire, una constatazione lucida e serena che siamo tutti esseri umani, fallibili, fragili.

Un altro me, prodotto da Enrica Capra per Graffiti Doc con il sostegno del Mibact e del Piemonte Doc Film Fund, è distribuito da domani, 13 aprile, nelle sale da Lab80.

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