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LOCARNO 2017 Panorama Suisse

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L’Opéra de Paris si trasforma in metafora della nostra società

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- LOCARNO 2017: Jean-Stéphane Bron proietta alla sezione Panorama suisse il suo ritratto intimista di un’istituzione mitica la cui sopravvivenza dipende dalle “petits mains” che la sorreggono

L’Opéra de Paris si trasforma in metafora della nostra società

Quattro anni dopo averci regalato un magnifico ritratto di una personalità complessa (L’Expérience Blocher [+leggi anche:
recensione
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festival scope
scheda film
]
) Jean-Stéphane Bron cambia completamente registro lanciandosi nell’analisi di un mitico collettivo in L’Opéra de Paris [+leggi anche:
trailer
scheda film
]
, proiettato alla sezione Panorama suisse del 70. Locarno Festival.

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Come lo dice lo stesso Bron quello che l’ha sin dall’inizio guidato nella realizzazione di L’Opéra de Paris è stato il bisogno di rispondere alla domanda: cosa ci unisce in quanto collettivo? L’Opéra insomma come metafora della nostra società nel suo insieme. Una società fatta di contraddizioni, di ingiustizie ma anche e soprattutto di compromessi. Quanto si può sacrificare in nome della propria sopravvivenza? Andare avanti senza perdere l’umanità che ci contraddistingue. Ma come? Ancora prima di interessarsi a ciò che vive nel cuore dell’Opéra stessa: la musica e la danza, è a queste domande che Bron ha riflettuto. Cosa ci racconta quest’immensa istituzione della nostra società?

Nei due anni e mezzo che è durata la realizzazione del film Bron si è interessato al dietro le quinte della mitica istituzione cercando di captare quei momenti d’intimità che normalmente non si vogliono mostrare per paura che il sogno s’infranga, che il mito svanisca. Ed è così che il respiro affannoso dei ballerini all’uscita dal palco o le discussioni quasi blasfeme delle costumiste a proposito della sudorazione degli interpreti diventano protagonisti di uno spettacolo che li ha sempre esclusi. Quello di Bron è un combattimento quotidiano per guadagnarsi la fiducia di una micro società che lo guarda con sospetto, una società che non ha voglia (o il coraggio?) di guardarsi allo specchio. Dal suo direttore che spia dallo schermo del suo ufficio l’opera che si svolge su scena (assumendo le sembianze di un Orson Welles moderno) fino all’assistente che si occupa dei fazzolettini detergenti che tende agli accaldati cantanti d’opera, tutti gli strati della società sono rappresentati come tanti piccoli pezzi di un gigantesco puzzle. Come in un film di spionaggio osserviamo le trame che si tessono nell’immenso ufficio che sovrasta la capitale francese mentre nei “piani bassi” (magnifiche le numerose inquadrature nell’ascensore che unisce tutte questi strati della società) la vita non smette mai di brulicare. La macchina non deve fermarsi mai, lo spettacolo ne dipende, ciò che è in gioco è la magia.

A condensare queste contraddizioni, queste disparità che riflettono anche la nostra società, un gruppo di ragazzini di un quartiere modesto che ogni anno hanno il privilegio di suonare sulla mitica scena dell’Opéra. Non abituati al protocollo di un’istituzione che sembra riservata a pochi, questi assaporano una gioia che diventa presto inebriante, una gioia di cui anche loro hanno diritto! La scena in cui il gruppo di ragazzini scendendo da una scala mobile incrocia una donna delle pulizie che sfrega il corrimano sale nel senso opposto è in questo senso emblematica. La vita è fatta di scelte, di opportunità ma anche di ingiustizie e solo il futuro mostrerà cosa il destino ha in serbo per questi ragazzi a cui la musica ha già fatto brillare gli occhi. In che direzione si muoverà la scala mobile della loro vita?

L’Opéra de Paris è prodotto da Les Films Pelléas in coproduzione con Bande à Part Films. Les Films du Losange si occupano invece delle vendite all’internazionale.

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