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Westwood: Punk, Icon, Activist: guardarsi indietro non è di moda

di 

- Lorna Tucker tenta di catturare l'essenza della riluttante icona della moda, Dame Vivienne Westwood

Westwood: Punk, Icon, Activist: guardarsi indietro non è di moda

La regista britannica Lorna Tucker ci fa sapere fin dall’inizio di Westwood: Punk, Icon, Activist [+leggi anche:
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intervista: Lorna Tucker
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(programmato nel concorso World Cinema Documentary del Sundance Film Festival) che grande sfida sia stata per lei fare un film sulla leggenda della moda britannica. Sì, avrà pure avuto il permesso di seguire come un'ombra Vivienne Westwood, ma nella prima scena, seduta su un divano al Groucho Club di Londra, Westwood ammonisce Tucker, dicendo dritta verso l'obiettivo che non vuole farlo davvero, e che non le piace parlare del suo passato. È una protagonista molto riluttante, e il film di Tucker è una battaglia costante per farla aprire. Ha senso che Westwood abbia questo atteggiamento, perché nel mondo della moda guardarsi indietro non è molto fashion.

Tucker fa un ottimo lavoro nel tentativo di convincere la dama britannica a parlare di Malcolm McLaren e Johnny Rotten, e della sua stessa esplosione nella coscienza pubblica come membro della scena punk, mentre ci informa anche degli aspetti commerciali dell'Impero Westwood e dell'attuale attivismo della stilista nella lotta per le cause ambientali. Tucker divide il documentario in tre parti, la prima delle quali è Punk, che tratta gli albori della vita della ragazza nata nel Cheshire, Vivienne Isabel Swire. Westwood racconta a malincuore come ha iniziato a fare vestiti all'età di 12 anni, il suo successivo matrimonio con Derek Westwood e poi la sua collaborazione e relazione con Malcolm McClaren. Ma con una protagonista così difficile, Tucker saggiamente non si fossilizza sui fatti, e il suo film di 80 minuti dà il suo meglio quando ascoltiamo i pensieri di Westwood sulla sua visione del mondo. Da bambina, se la prese con i suoi genitori quando scoprì della crocifissione di Cristo, avendo in precedenza sentito solo belle storie su Gesù bambino. Questo l'ha portata a diffidare di tutti.

Anche la volontà di Westwood di buttarsi alle spalle il suo passato punk è affascinante, mentre si lamenta che McClaren e Rotten non sono mai andati avanti. Col senno di poi, non vede il punk come il movimento radicale che pensava fosse in quel momento, sostenendo che "non stavamo attaccando l'establishment, facevamo parte della distrazione”. La seconda parte è su Westwood l'icona. Descrive in dettaglio come sia passata dall'essere una figura derisa dall'establishment, attraverso l'uso di una straziante intervista alla BBC di Sue Lawley, a decana della moda. Il segmento finale – Activism – si concentra sul suo ruolo chiave nella lotta al cambiamento climatico, mostrando Westwood durante eventi di beneficenza e marce. Ciò che risulta evidente in tutte queste sezioni è che Westwood non si fa dire da nessuno chi è e si fida solo dei suoi stretti confidenti.

Tucker è quasi costretta a cercare questi confidenti per aggiungere le loro descrizioni di Westwood, per darci un quadro più completo della carriera dell’inimitabile personaggio. C'è una testimonianza affettuosa e coinvolgente del suo secondo marito e collaboratore, Andreas Kronthaler, gli aneddoti di Joseph Corré e di suo figlio avuto con Malcolm McClaren, nonché un resoconto del suo socio in affari Carlo D'Amario. Il documentario è più un'introduzione a Westwood che un ritratto completo e funziona meglio quando la videocamera la segue nel suo ambiente naturale, dove è più probabile che faccia commenti sinceri sulle persone, sul suo lavoro e sulle cause per le quali combatte.

Il film è prodotto dalle compagnie britanniche Finished Films e Passion Pictures, e venduto nel mondo da Dogwoof.

(Tradotto dall'inglese)

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