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Giffoni 2026

Rapporto industria: Animazione

A Giffoni, Enzo D'Alò punta il dito contro l'animazione statunitense, l'IA e il settore italiano in difficoltà

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Il maestro dell'animazione italiano ha avvertito che la cronica mancanza di politiche nel suo Paese sta causando un ritardo nello sviluppo degli studi di animazione

A Giffoni, Enzo D'Alò punta il dito contro l'animazione statunitense, l'IA e il settore italiano in difficoltà
Un momento dell'incontro

Il 19 luglio, Enzo D’Alò ha approfittato della presentazione della versione restaurata del suo La gabbianella e il gatto al Giffoni Film Festival per difendere con decisione l’animazione come forma d’arte, e per criticare il cinema degli studios statunitensi, l’intelligenza artificiale (IA) e la perdurante incapacità dell’Italia di sostenere strutturalmente il settore.

Il 72enne regista, tra le figure cardine dell’animazione italiana, ha presentato la nuova edizione restaurata del suo successo del 1998 nella sezione Elements +3 della Multimedia Valley di Giffoni. Il film, tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore cileno Luis Sepúlveda, segue il gatto Zorba, che promette a una gabbiana morente di occuparsi del suo uovo e di insegnare al pulcino a volare. Sarà disponibile su Mediaset Infinity dal 20 luglio.

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A quasi tre decenni dall’uscita in sala, La gabbianella e il gatto è rimasto un punto di riferimento per le generazioni successive di spettatori, più che un reperto nostalgico, ha sostenuto D’Alò. “Questo film è stato visto e richiesto ininterrottamente negli anni; non è mai caduto nell’oblio”, ha detto, ricordando gli inviti ricevuti per presentarlo e discuterne a livello internazionale, anche in Cina.

Il restauro, realizzato dalla romana Cine Lab Services, ha permesso al cineasta e ai suoi collaboratori di rivedere immagine, suono e formato con strumenti digitali contemporanei. La colonna sonora originale, mixata in Dolby Surround, è stata aggiornata a 5.1, mentre l’immagine è stata rielaborata per recuperare colore e luminosità ed è stata leggermente adattata ai formati di schermo odierni.

Ma il regista ha sottolineato che non era necessario alcun aggiornamento tematico. Le tematiche del film – solidarietà, amicizia, rispetto della diversità e dell’ambiente, inquinamento e responsabilità verso gli altri – sono, ha detto, “purtroppo ancora attuali”. Il suo nucleo ecologista e umanista ha acquisito semmai maggiore urgenza dal 1998 a oggi.

Le considerazioni di D’Alò si sono presto allargate a una riflessione più ampia su che cosa debba essere l’animazione per l’infanzia. Ha respinto l’idea che il cinema contemporaneo debba appiattire le storie o sottovalutare il pubblico giovane, sottolineando che la stessa Pixar ha spesso rischiato con narrazioni stratificate ed esigenti. Gli spettatori si coinvolgono emotivamente, ha suggerito, non tramite la distrazione o la sovrastimolazione sensoriale, ma condividendo esperienze e sentimenti dei personaggi.

Pur non citando un titolo specifico, il regista ha espresso chiaramente la sua insoddisfazione nei confronti di una parte del modello di animazione statunitense, che ha descritto come un avversario del tipo di cinema in cui crede: un'opera poetica, visivamente pregevole e coinvolgente a livello emotivo, senza però ridurre il pubblico a mero consumatore passivo.

Per D’Alò, questa questione è inseparabile dal ruolo della cultura in un’epoca segnata da violenza, polarizzazione e scarso rispetto per l’altro. I bambini, ha sostenuto, non dovrebbero essere soltanto istruiti alle regole, ma anche ricevere storie che li aiutino a comprendere la convivenza, l’empatia e una vita civile pacifica. L’immaginazione di un bambino – compresa la capacità di perseguire un sogno all’apparenza impossibile – resta uno spazio cruciale di libertà e autoscoperta.

Anche la prospettiva dell’IA è stata accolta con analogo scetticismo. Pur riconoscendo il potenziale della tecnologia come strumento produttivo, D’Alò ha messo in guardia contro scorciatoie pensate per comprimere un lavoro che tradizionalmente richiede anni. Un lungometraggio d’animazione non è un prodotto che si possa trattare come una canzone pop, ha detto; richiede tempo, mestiere e un processo artistico collettivo.

La questione centrale, a suo avviso, è che l’animazione non è semplicemente una sequenza di immagini. Il suo stesso nome contiene la parola “anima”, qualcosa che una macchina non può generare. Le imperfezioni del disegno a mano, la sensibilità emotiva e l’apporto artistico individuale di animatori, designer e artisti degli sfondi sono ciò che rende un film d’animazione vivo, e non soltanto efficiente.

Le critiche più dure, però, sono state riservate alla politica italiana per l’animazione. D’Alò ha contrapposto la posizione del Paese a quella della Francia, che ha costruito un sistema di sostegno specifico e di lungo periodo per il settore. I governi italiani, ha sostenuto, hanno più volte riconosciuto l’animazione come un ambito di eccellenza nazionale senza tradurre tale riconoscimento in finanziamenti coerenti o misure industriali durature.

Il risultato è visibile nei mercati e nei festival europei, dove i progetti italiani faticano a raggiungere la presenza di cui godono quelli francesi. In particolare, ha citato l’assenza di progetti italiani alla prossima edizione di Cartoon Forum, il più grande evento europeo interamente dedicato alle serie animate, in programma a Tolosa a settembre. Per D’Alò, il problema non è la mancanza di talenti o di storie, ma l’assenza di una strategia che comprenda l’animazione come industria culturale bisognosa di continuità, investimenti specializzati e pazienza.

Se La gabbianella e il gatto dimostra qualcosa, è che la pazienza può dare i suoi frutti. Costruito attorno alla favola di Sepúlveda su una promessa tra specie diverse, il film è durato perché prende sul serio il suo giovane pubblico, coniugando un’avventura accessibile con riflessioni sulla cura, la diversità e la distruzione ambientale. La versione restaurata torna dunque non solo come un classico rifinito, ma come promemoria di ciò che l’animazione italiana può ottenere quando offre agli artisti lo spazio necessario per realizzare film con il cuore, invece di limitarsi a fabbricare contenuti.

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(Tradotto dall'inglese)

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