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Biografilm 2026 - Bio to B

Rapporto industria: Documentario

Il Biografilm esplora il documentario italiano nell’ecosistema europeo dei finanziamenti

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Nel panel del Bio to B Industry Days Doc si è discusso di strategie produttive e distributive, sostegno pubblico e opportunità di finanziamento

Il Biografilm esplora il documentario italiano nell’ecosistema europeo dei finanziamenti
sx-dx: Francesco Virga, Nadia Trevisan, Silvia De Felice e Fabio Abagnato (© Chiara Calò/Biografilm)

Nel panel “Il documentario italiano nell’ecosistema europeo dei finanziamenti” organizzato durante il Bio to B Industry Days del Biografilm di Bologna (8-10 giugno) si è discusso di strategie produttive e distributive, sostegno pubblico nazionale e regionale, dimensione europea delle opportunità di finanziamento.

Bruno Zambardino, responsabile Affari UE e Coordinamento istituzionale Italy for Movies e Film Commission, Cinecittà / Ministero della Cultura (TBC), ha dato un quadro del sostegno pubblico con qualche dato chiave. Dall'attivazione del Fondo Cinema nel 2017, sono state presentate 5300 richieste di finanziamento allo sviluppo e alla produzione di documentari in tutte le linee di intervento. Queste 5300 richieste di finanziamento costituiscono il 30% delle richieste totali.  Il picco è stato nel 2023, con 948 domande. Dal '24 al '25 mentre scendono le domande per le opere di finzione, salgono quelle del documentario. Riguardo le modalità di diffusione rispetto ai pubblici di riferimento, il 65% dei produttori dichiara di voler far uscire primariamente la propria opera in sala. Soltanto il 28% dichiara di avere come canale di diffusione primario la TV e solo il 6% le piattaforme web. Quindi questo-- anche questo è un dato, come dire, da tenere in, in considerazione. Riguardo le specifiche linee di intervento, gli strumenti che attirano il maggior numero di richieste sono quelli dei selettivi, il 48%. I contributi selettivi, sin dalla loro istituzione, godono di una linea di intervento dedicata a favore dei documentari. Dal 2017 al 2025, solo sui selettivi sono arrivate ben duemila domande alla Commissione, che avevano per oggetto documentari. I documentari tendono ovviamente ad ad avere costi più bassi rispetto ad altre tipologie di opere. Il costo mediano, calcolato lungo questo decennio, si aggira attorno ai €250.000. Il contributo mediano per i documentari è attorno ai €60.000. In percentuale il contributo concesso ai documentari rispetto al costo è più alto rispetto a quello di altre tipologie.  Su un altro fronte, nel corso degli anni sono stati erogato oltre 100 milioni di euro il Piano Nazionale Cinema e Immagini per la Scuola, e molti dei progetti hanno visto il documentario come protagonista, non solo come tema e filo conduttore delle attività didattiche, ma anche proprio come risultato produttivo del processo formativo.

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Fabio Abbagnato, Vicepresidente Italian Film Commissions e Direttore Emilia-Romagna Film Commission ha parlato del rapporto tra le Film Commission e il documentario. “È un rapporto strutturale, entrambi sono legati al territorio. Non si tratta dolo di sostenere la valorizzazione di una storia locale, di un produttore locale, ma c'è un confronto continuo tra gli autori e i produttori e le Film Commission. Noi abbiamo il compito di valorizzare un patrimonio locale culturale e di memoria, ma facendolo all'interno di un sistema produttivo nazionale e internazionale”.

“Non tutti gli autori e non tutti i produttori hanno questa consapevolezza e questa voglia di sfida. Alle volte i produttori hanno anche la necessità di chiudere il prodotto. L'attesa, la costruzione di un budget più importante, di condizioni di diffusione e distribuzione ancora più significative, è un tempo che non sempre l'impresa può permettersi. Quindi l'urgenza narrativa dell’autore si scontra con la strategia distributiva”.

Per Silvia De Felice – Commissioning Editor, Rai Documentari, “la Rai ha oggi un ruolo più rilevante nel mercato internazionale dei broadcaster grazie alla nascita di Rai Documentari, che ci ha dato questa missione di riportare il documentario sulle reti generaliste e di recuperare un investimento di RAI sul documentario che si era perso. C’è stata la scelta di aiutare la produzione indipendente e abbiamo deciso di farlo allargando l'investimento a quante più produzioni possibili”.

“Dei progetti che noi produciamo, una piccolissima parte hanno poi la possibilità di trovare dei partner anche a livello internazionale. Il 10% dei nostri progetti riescono effettivamente poi ad avere uno sviluppo internazionale con un altro broadcaster straniero”.

“La situazione internazionale è devastante. Hanno chiuso, stanno chiudendo dei soggetti storici a cui i produttori hanno sempre fatto riferimento.  Nei network e broadcaster, sempre di più, il motto è: facciamo rete per sopravvivere, per riuscire a far avanzare almeno alcuni progetti. Rai sente fortissima la responsabilità di essere un appiglio per i produttori. Ogni nostra scelta in questo momento può orientare il destino di una società. È il momento di essere strategici, di cercare di investire in quei progetti che possano avere una forza internazionale, che possano avere un percorso di lungo termine”.

Invitata a parlare di strategie produttive, Nadia Trevisan, produttrice e co-fondatrice di Nefertiti Film si dichiara una produttrice ibrida. “Faccio più finzione, che documentari. Una scelta dettata dal fatto che una società ha bisogno di entrate. D'altra parte, però, il documentario ci permette una libertà e un pensiero che la finzione non permette in termini di sperimentazione e di nuovi talenti”. 

Tutte le opere che Trevisan realizza “sono costruite in coproduzione internazionale, una scelta dovuta anche al fatto che siamo basati in Friuli-Venezia Giulia, che è una terra di confine. Ogni volta che pensiamo a un progetto, lo pensiamo in termini di coproduzione internazionale”.  Sono già attivi dei fondi sovranazionali che permettono la collaborazione e la coproduzione tra imprese del Friuli-Venezia Giulia e quelle di tutte i Paesi dell'area balcanica. “Ed è un sistema che funziona. Dall'altra parte però abbiamo un problema di armonizzazione. Avere tempi certi di risposta è un aspetto importante, cosa che però in questo momento ci sta mettendo in difficoltà nell'ambito internazionale, perché con queste grandi incertezze, anche coproduzioni minoritarie purtroppo vengono a cadere perché non ci sono le possibilità di tenere i ritmi a livello internazionale. Quindi essere strategici significa pensare a tutto ciò che si può fare e a tutto ciò che si può evitare già in fase già di sviluppo, e se si riesce a trovare una soluzione al problema in anticipo, si arriverà alla fine del progetto in maniera un po' più sostenibile”. 

Francesco Virga, presidente Doc/it – Associazione Documentaristi Italiani, fa una riflessione sui meccanismi adattivi, con la premessa che “Produrre documentari è uno sport estremo”. Se la media del budget di un documentario è di 250mila euro e sappiamo che più o meno il ciclo di produzione è di circa tre anni, incluso lo sviluppo, “ci domandiamo qual è la remunerazione degli autori e delle imprese? Questo ci porta a degli scenari che, come ha detto Silvia De Felice, sono drammatici e avviare una riflessione sulla filiera del documentario che possiamo definire artigianale, che è quello che innova i linguaggi, porta nuovi talenti, instaura dei meccanismi consortili che permettono di abbassare una serie di spese fisse. Un sistema maturo fa coesistere locale e globale, produzione artigianale e quella industriale”.

“Dai dati che vediamo, in media il documentario ha beneficiato di circa un 6,7% del sostegno del Ministero in termini di tax credit e finanziamenti. Per come è stato applicato, il tax credit ha permesso di dar vita a una quantità di opere, alcune delle quali molto buone, ma strutturalmente ha patrimonializzato le imprese più ricche, impoverendo in qualche modo, le piccole e le micro imprese. Questo significa che al momento, essendo più povere, le società possono investire meno nello sviluppo. Quindi la riflessione sull'uso delle dotazioni dei fondi di sviluppo a base nazionale e regionale, deve tener conto di questo, sapendo noi che lo sviluppo è il momento in cui si imposta gran parte del successo di una produzione”.

“È in atto una trasformazione sistemica. C’è un'attenzione anche a non lasciare completamente scoperto finanziariamente la filiera artigianale, ma vediamo una trasformazione verso le società più ricche. La filiera artigianale documentaria - perché costa di meno, perché è radicata nel processo vivo della società - innova e porta nuovi temi, nuovi linguaggi, nuovi talenti. L'industria produce talvolta cose straordinarie, perfeziona i processi per renderli più profittevoli. Abbiamo il sentore che la ridefinizione del programma MEDIA - che è stato un programma che in questi anni ha trasferito molte risorse, soprattutto sullo sviluppo e la produzione, aiutando le società più deboli, ma meritevoli, con criteri molto stringenti - ha in discussione, attraverso il nuovo programma AgoraEU, se aprire ai produttori non indipendenti. Questo significa chiaramente un ulteriore travaso di risorse su cui Doc-IT, in rete con le altre associazioni, vuol far sentire la propria voce. Sempre a livello europeo, nel 2026, ci sarà la revisione della direttiva AVMS sui servizi di media audiovisivi (leggi la news), che deve discutere le quote di investimento, ma ridiscuterà anche la definizione di produttore indipendente, con la possibilità  di poter includere nei beneficiari del finanziamento pubblico anche quelle società che di fatto non sono più indipendenti. È importante mettere in atto dei processi che creino sistema, che siano di adattamento per non solo sopravvivere, ma per svilupparsi”.

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