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NEW HORIZONS 2018

Jane Magnusson • Regista

“Non è necessario andare troppo a fondo per scoprire i lati oscuri di Bergman”

di 

- Abbiamo incontrato la regista svedese Jane Magnusson in occasione della presentazione del suo documentario Bergman – A Year in a Life al New Horizons Film Festival, in Polonia

Jane Magnusson  • Regista

Dopo Trespassing Bergman, uscito nel 2013 e co-diretto insieme a Hynek Pallas, e uno spiritoso corto intitolato Vox Lipoma, dedicato al misterioso lipoma facciale che affliggeva Bergman negli ultimi anni, con Bergman – A Year in a Life [+leggi anche:
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intervista: Jane Magnusson
scheda film
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la regista svedese Jane Magnusson affronta nuovamente la figura del famoso regista. Questa volta sceglie di concentrarsi su un anno eccezionalmente produttivo, in cui Bergman girò sia Il settimo sigillo che Il posto delle fragole, produsse due pièce teatrali, due per la radio e una serie televisiva, mise al mondo sei figli e si giostrò tra svariate relazioni amorose. Incontriamo la Magnusson al New Horizons International Film Festival, per parlare con lei non solo del suo film, ma anche dello stesso Bergman.   

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Cineuropa: il soggetto del film dovrebbe essere il 1957, ma lo affronti in modo flessibile, spaziando a volte verso una direzione completamente diversa.
Jane Magnusson:
 Bergman aveva 89 anni quando è morto e ha girato circa 55 film: sarebbe assolutamente impossibile girare un film su tutta la sua vita e la sua opera. Quando mi sono resa conto di quanto interessante fosse quell’anno ho pensato di puntarci un riflettore sopra. Ma non sarebbe stato coinvolgente se non avessi parlato, prima di tutto, di lui come uomo. Il pubblico deve sapere della sua infanzia, giovinezza e della sua vita personale, e che cosa comporta vivere un anno frenetico come quello – in questo caso, inizialmente un enorme impatto artistico a livello internazionale, e poi, alla fine, la sua trasformazione in un vecchio scontroso.

La cosa curiosa è che Bergman era sempre il primo a dire: “Sono terribile”. Nessun altro avrebbe osato farlo. Non so se fosse una forma di furbizia, perché quando si dimostra molta autocritica gli altri tendono a concentrarsi sui lati positivi. Ed eccoli a dire: “Oh, che film meravigliosi ha fatto”. Non importa il fatto che fosse un padre terribile o che considerasse sensati i piani di Hitler. Una delle cose migliori di lui era la sua totale sincerità. 

Ma essere onesti è sufficiente? Un attore svedese ha dichiarato di recente che probabilmente Bergman ha rovinato vite tanto quanto Harvey Weinstein, ma è comunque felice che abbia fatto i suoi film.
Non penso si possa rovinare la vita a nessuno. Ci sono state moltissime donne nella sua vita, e nessuna si è mai lamentata; io certo non posso lamentarmi per loro. Ho cercato di trovare persone che hanno realmente lavorato con lui, che sapevano come parlava, quanto velocemente camminava. Ma nessuno voleva essere “quello che Bergman odiava”. Tutti mi dicevano: “Ero il suo preferito; mi chiamava sempre, parlavamo per ore.” Ma quando gli chiedevo di cosa parlassero, la risposta era: “Beh, non saprei, di preciso.” Tutti tranne Thorsten Flinck [l’attore che ebbe il ruolo principale nella sua versione de Il misantropo portata in scena nel 1995 al Royal Dramatic Theatre, con cui notoriamente Bergman ebbe uno scontro] che significa che non ha proprio nulla da perdere. La sua storia mi è sembrata così scioccante e orribile che a malapena potevo crederci. Eppure alcuni sostengono che non sia successo nulla. “Se l’è meritato”, dicono. Nessuno si merita quello che è successo a Flinck. 

Sembra quasi che tutti questi grandissimi artisti sentano il bisogno di apparire immacolati. Come ti ha fatto sentire avere la possibilità di cambiare questa concezione?
Come dicevo prima, mi ha aiutato il fatto che lui stesso ne abbia sempre parlato. Non ho inventato nulla. Non è necessario andare troppo a fondo per scoprire i lati oscuri di Bergman. Leggendo la sua autobiografia ti accorgi che è tutto lì. Sono le persone attorno a lui a ripetere continuamente che non dovremmo far cadere i nostri miti dal piedistallo. Ma è giusto! Persona è un capolavoro, e questo non ha nulla a che fare col fatto che lui fosse un cattivo padre. Le due cose non si influenzano in nessun modo. 

Bisogna fare attenzione, però: come si vede nel tuo film, non si può mai sapere se quello che scriveva sia vero.
Non siamo mai sicuri della sincerità di nessuno, no? Lui è stato molto preciso a documentare tutto: il nostro povero assistente al montaggio ha dovuto guardare 400 ore di riprese di backstage. Penso che Bergman sapesse da sempre che sarebbe diventato un grande artista, e quindi che abbia voluto archiviare ogni cosa. Il materiale era già pronto; il difficile è stato solo analizzarlo tutto. Ma ogni volta che trovavamo una foto di lui con i suoi biscotti preferiti era una festa [ride].

(Tradotto dall'inglese)

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