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VENEZIA 2018 Concorso

Jacques Audiard • Regista

"Mi sembra sempre di fare film francesi con i sottotitoli"

di 

- VENEZIA 2018: Cineuropa ha incontrato Jacques Audiard per porgli qualche domanda sulla sua sorprendente incursione nel territorio del western con The Sisters Brothers

Jacques Audiard  • Regista
(© La Biennale di Venezia - foto ASAC)

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, un titolo molto spiritoso tratto da un romanzo di Patrick deWitt, in concorso alla Mostra di Venezia, che è anche il primo film di Jacques Audiard in inglese ed è ambientato nell'Oregon nel 1950, John C. Reilly e Joaquin Phoenix interpretano due fratelli che sono stati ingaggiati per trovare l'inventore di un composto chimico che permette di scovare giacimenti d'oro. I due hanno alle calcagna un detective privato, interpretato da Jake Gyllenhaal.

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Cineuropa: Per il suo primo film in inglese, ha scelto un genere tipicamente americano: il western. Che cosa l’ha portata a fare questa scelta?
Jacques Audiard:
Sono John C. Reilly e sua moglie [la produttrice Alison Dickey] che mi hanno dato questo libro quando ci siamo incontrati al Festival di Toronto sei anni fa. Mi sono preoccupato un po' quando ho visto che era un western (noi francesi ci diciamo per principio che non è un genere che fa per noi), ma ero curioso del perché avesse pensato a me così ho letto il libro e sono stato completamente soggiogato. In realtà, non è proprio un western. Da europeo, ho necessariamente un approccio diverso, questo è certo, ma in ogni caso per me è stato più un film in costume. 

Si vede che si diverte a utilizzare i piccoli dettagli dell’epoca, come i primi spazzolini da denti, che diventano quasi una gag ricorrente.
La maggior parte di queste novità erano già presenti nel libro, tra cui lavarsi i denti (ride). È divertente perché questi individui hanno una certa idea di chi sono, quindi quando all’improvviso uno vede che l'altro sta facendo la stessa cosa, provano imbarazzo. Non so come descrivere esattamente questo libro, ma qualcuno ha detto che aveva qualcosa di gotico. Conserva elementi riconoscibili del western, come le corse di cavalli, che erano piuttosto problematiche per il film. Non era la prima volta che lavoravo con gli animali, ma i cavalli sono grandi e fanno paura – la prossima volta lavorerò solo con i pony! È complicato perché in realtà hai bisogno di tre diversi cavalli per ogni persona. Dato che avevamo quattro personaggi principali, avevamo bisogno di un camion pieno. Il cavallo di John era molto più vecchio, abbiamo avuto difficoltà a trovare rimpiazzi. A volte abbiamo scherzato sul fatto che oltre a dover lavorare con Joaquin Phoenix, John doveva gestire anche questo cavallo. 

Si continua ad avere, oggi al cinema, questa visione romanzata del Wild West, ma non sembra essere questo a interessarla.
Volevo parlare prima di tutto della corsa all'oro. Era davvero importante per noi. La gente andava in America per l'oro e per il famoso sogno di una vita migliore, ma nel film, gli stessi idealisti, con tutte le loro utopie, non si preoccupano minimamente delle conseguenze che il veleno che useranno per raggiungerlo avranno sull’ambiente. Nella mia idea, l'elemento centrale del film era l'immagine di questi due uomini che hanno più di 40 anni e parlano e si comportano come degli undicenni. È una storia di formazione, anche se i personaggi sono vecchi. 

Ha girato davvero negli Stati Uniti?
Quando si gira un western, o almeno una sorta di western, bisogna filmare lo scenario, ma non abbiamo girato negli Stati Uniti. Siamo andati in Spagna, nei Paesi Baschi e in Romania. Non ci tenevo particolarmente a girare negli Stati Uniti; conosco il rigore del loro sistema di produzione, ed è troppo complicato per me. Quello che volevo era lavorare con attori americani. Amo il cinema, vedo molti film e gli attori americani danno sempre l'impressione di avere una consapevolezza unica del modo in cui il cinema è fatto. Sanno tutto della cinepresa e delle luci, sanno dove si andrà a tagliare. Sono così ben preparati che quando arrivi sul set il primo giorno e gridi "azione!", tutto è già lì. 

Sembra che lei ami lavorare in un'altra lingua. In che modo questa decisione ha influito sul suo approccio?
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era in arabo, e io non parlo l’arabo. La domanda che potrei pormi è: "Perché non girare nella mia lingua?". Girare in un'altra lingua solitamente implica che devo stabilire una relazione diversa con gli attori, una relazione che non è esclusivamente verbale. Con gli attori francesi, direi semplicemente "Fai questo, di’ quest’altro", e lavorerei con loro sull'intonazione, ma loro riprodurrebbero la mia voce, e non è quello che voglio. E poi quando viaggio, non capisco tutto. Mi sembra sempre di fare film francesi con i sottotitoli.

(Tradotto dall'inglese)

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