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Paolo Genovese • Regista

“Il remake è un’occasione persa”

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- Ospite al Napoli Film Festival, Paolo Genovese ci ha parlato del suo prossimo film, ambientato a New York, e dei remake del suo grande successo Perfetti sconosciuti

Paolo Genovese • Regista
(© Napoli Film Festival)

In promozione con il suo nuovo libro, Il primo giorno della mia vita, da cui trarrà il suo prossimo film, il regista di Perfetti sconosciuti [+leggi anche:
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, Paolo Genovese, ha fatto tappa al Napoli Film Festival, nella città dove per lui tutto è cominciato (“Sono nato cinematograficamente a Napoli, Incantesimo napoletano mi ha portato tanta fortuna”). A New York, invece, sarà ambientato il suo prossimo lungometraggio, che sarà il suo primo lavoro in lingua inglese e con un cast internazionale.

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Cineuropa: Perché New York?
Paolo Genovese: Il primo giorno della mia vita è una storia con un pizzico di magia: sono quattro persone che stanno per toccare il fondo nella loro vita e che improvvisamente, grazie a uomo, una specie di angelo, provano a ripartire. New York è una città magica, che conosco molto bene e dove tutto può succedere. Se racconti che in una piccola bottega di Chinatown c’è un uomo misterioso e generoso disposto a regalarti una settimana della sua vita per provare a salvare la tua, a New York ci credi. In Italia, forse solo Napoli avrebbe questa stessa magia.

Perché ha scelto di scrivere un libro, e non direttamente una sceneggiatura?
A differenza di Tutta colpa di Freud [+leggi anche:
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, questo libro non nasce subito per farne un film. Nasce dalla voglia urgente di raccontare una storia, senza dover aspettare budget, produzione, attori… Scrivere è difficile perché, a differenza del cinema, devi esprimere tutto solo con le parole, ma è immediato, libero, lo puoi fare ovunque: puoi andare a New York, immaginare la tua storia sulla Quinta strada o sul ponte di Brooklyn, e non ti costa nulla. Dalle sensazioni venute fuori da chi ha letto la storia, mi è venuta poi voglia di farci un film. Mi hanno ringraziato per il tipo di storia raccontata, di speranza. Forse in questo momento c’è bisogno di storie che diano coraggio, che qualcuno ci tenda una mano.

Da Perfetti sconosciuti, poi The Place [+leggi anche:
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, e ora Il primo giorno della mia vita, sembra essere particolarmente attratto dai lati oscuri delle persone…

Ma qui cambia il segno. In Perfetti sconosciuti e The Place si analizzavano i demoni con cui abbiamo difficoltà a confrontarci: quanto poco conosciamo le persone intorno a noi e quanto poco conosciamo noi stessi; ne esce il ritratto di un’umanità difettosa. Ne Il primo giorno della mia vita, invece, c’è il riscatto, personaggi con debolezze in cui è facile identificarsi, che per motivi diversi pensano di non farcela, che però reagiscono. E’ una storia felice, anche se parte da un suicidio. Per me è stato molto catartico. La riflessione è: cos’è davvero importante nella vita? E il rischio di essere scontato o sdolcinato era molto alto.

All’ultima Mostra di Venezia, è stato membro della giuria capitanata da Guillermo Del Toro. Che cosa si porterà dietro, anche nel suo prossimo film, di questa esperienza?
Il rigore. Vedere con quanto amore, attenzione, competenza, serietà e passione i 21 film sono stati giudicati dai miei compagni di giuria, ti fa venire voglia di dare il meglio. Da regista, a volte ti chiedi: arriverà allo spettatore questa piccola sfumatura? Non solo di testo o di recitazione, ma di audio, regia, una certa inquadratura… Ecco, quando fai un’esperienza così alta, ti rendi conto che c’è un pubblico a cui arriva tutto.

Quando cominceranno le riprese di Il primo giorno della mia vita? Ha già qualche idea per il cast?
E’ tutto da decidere, devo ancora scrivere la sceneggiatura. Sarà un film in lingua inglese, con attori americani, ma non ho in mente nessuno in particolare. Ci sono attori meravigliosi di serie tv, meno noti forse, ma di una bravura incredibile. Mi piace il cinema indipendente americano, quella recitazione per sottrazione, film piccoli ma con storie molto dense, con interpreti come James Franco, John Turturro, Steve Buscemi, Paul Giamatti, Marisa Tomei...

A proposito di serie tv, ne è stata tratta una dal suo film Immaturi [+leggi anche:
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, e The Place era a sua volta tratto da una serie americana. Ha mai pensato di dirigerne una lei?

Me ne hanno proposte, ma mi sembra che ogni serie mi tolga la possibilità di fare un film. Sono ancora troppo innamorato del cinema, se penso a una storia è sempre in formato cinematografico. Soprattutto in questo momento di stravolgimento importante con Netflix, Amazon, ecc. mi sento affettivamente portato a resistere. Questi colossi stanno dando linfa enorme all’audiovisivo, è un mercato e non possiamo fermarlo, ma mi sento ancora di difendere la visione condivisa.

Di Perfetti sconosciuti sono stati/saranno fatti una quindicina di remake nel mondo. Ne ha visto qualcuno? Che cosa ne pensa?
Ho visto il primo, quello spagnolo (diretto da Álex de la Iglesia, ndr), e non mi è piaciuto. Non mi piace proprio l’idea del remake di un mio film. Le storie sono molto personali, quando scrivo una sceneggiatura sto attento a ogni singola parola, quindi vederle anche parzialmente modificate non mi fa piacere. Tutti pensano che sia felice, ma non lo sono per niente. Trovo invece che sia un’occasione persa, perché dovremmo avere l’orgoglio del cinema nazionale, e far uscire prima il nostro film, e poi chi vuole, può rifarlo. In Spagna Perfectos Desconocidos [+leggi anche:
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, che è una fotocopia del mio film tranne gli ultimi dieci minuti, ha fatto 25 milioni di euro. Penso che anche il nostro avrebbe avuto un ottimo risultato, con la possibilità di far conoscere il nostro cinema, i nostri attori e i nostri autori, come fanno tutte le cinematografie importanti. I film vanno esportati, non venduti.

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