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TORINO 2108 Industria

Valeria Richter, Lena Thiele • Tutor TFL Audience Design

“Perché l’Audience Design? Perché vogliamo che i film vengano visti”

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- Valeria Richter e Lena Thiele, tutor storiche del TorinoFilmLab, ci parlano di Audience Design, del libro che hanno scritto e delle strategie per portare il pubblico al cinema

Valeria Richter, Lena Thiele • Tutor TFL Audience Design
Lena Thiele (a sinistra) e Valeria Richter al TFL Meeting Event 2018

“Un'esplorazione logica, appassionata ed estesa su come costruire connessioni e relazioni tra il tuo film e chi vuole vederlo”. È l’Audience Design, secondo la danese Valeria Richter e la tedesca Lena Thiele, tutor storiche del pionieristico programma omonimo del TorinoFilmLab lanciato nel 2011. Dopo otto anni è tempo di bilanci, così Richter e Thiele hanno lanciato quest’anno, in occasione del consueto TFL Meeting Event di novembre, un libro dal titolo Audience Design - An Introduction, scaricabile e consultabile gratuitamente qui: un primo sforzo di raccolta di riflessioni, esperienze maturate e conoscenze apprese negli anni di sviluppo e ricerca del TFL nel campo dell’audience engagement.

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Cineuropa: Come è nato il programma Audience Design e come si è evoluto nel tempo?
Valeria Richter:
Approfondendo con il programma Writer’s Room il mondo del transmedia e delle varie piattaforme, cominciammo ad essere più consapevoli di come l’audience stesse cambiando, di dove spendesse il proprio tempo e denaro. Ci chiedemmo come potessimo integrare tutto ciò nel TFL; facemmo un brainstorming e in qualche modo la parola Audience Design venne fuori. All’epoca, cominciammo a lavorare con i progetti di Script&Pitch, nella primissima fase di sviluppo. Il produttore di solito pensa al film in relazione al mercato, ma più dal punto di vista del distributore o finanziario, non tanto da quello del pubblico. Abbiamo cercato quindi il modo di creare una nuova professione e anche di trovare la fase giusta in cui intervenire. S&P era effettivamente troppo presto: quando pensi alla tua storia, pensare anche al pubblico è troppo. Abbiamo stabilito quindi che il miglior punto per iniziare fosse dalla bozza finale, perché sei più sicuro della tua storia e riesci a vederla da più angolazioni.

Pensare al pubblico durante lo sviluppo di un’opera non rischia di condizionare il lavoro dell’artista?
Lena Thiele:
E’ una questione che abbiamo affrontato sin dall’inizio. Quando abbiamo iniziato con i progetti di S&P abbiamo riscontrato un grande timore da parte degli sceneggiatori, che si chiedevano come si potesse produrre qualcosa per il pubblico rimanendo fedeli alla propria storia. Ma è questo il nostro obiettivo: durante il processo di sviluppo, ti confronti con lo script consultant, hai una sorta di guida, rimani fedele all’autenticità della tua arte ma guardi anche al potenziale contenuto in essa, prendi questo potenziale e lo porti verso un pubblico che magari non entrerebbe in contatto con la tua opera. Non lavoriamo per il mercato, quindi, ma per raggiungere le persone che crediamo potrebbero essere interessate al tuo film.

In concreto, come si crea consapevolezza e coinvolgimento di un pubblico specifico attorno a un film?
V.R.:
Oggi il pubblico cerca le storie in posti molto differenti, non solo al cinema. Ognuno ha il proprio telefonino, usa i social media, ha amici, interessi, magari è fan di qualcosa… Come entri nel loro flusso per attirare la loro attenzione? Spesso i progetti hanno in sé qualcosa che può ispirare, magari un attore che ha già i suoi follower. Anche i membri della crew hanno la loro attività online: si tratta di rendere tutto ciò più organizzato, attivare ad esempio le persone che lavorano con te a condividere cose in modo da raggiungere più gente possibile. L’altra domanda è: come trasformare tutto ciò in spettatori effettivi che vanno al cinema? Si può cominciare a creare una community attorno al progetto. Un distributore ti dirà che il film può avere un certo tipo di pubblico, tu gli dirai che durante la pre-produzione e le riprese sono state attivate queste community, e che c’è del potenziale. Puoi avere una grande campagna marketing, ma ciò non vuol dire che la gente andrà al cinema. Noi lavoriamo sullo step di portare davvero la gente a vedere il film. 

Che bilancio si può trarre dopo otto anni di Audience Design?
L.T.:
In otto anni il programma è cambiato continuamente, abbiamo testato nuovi format, lo abbiamo modellato e affinato. Oggi abbiamo un concept, una base solida da cui partire per ulteriori discussioni e sviluppi. Questo libro, più che presentare casi di studio e risultati, che sono ancora difficili da definire, rappresenta un punto di partenza per sapere cosa va fatto. A una prima parte più teorica segue un vero e proprio manuale in 11 passi su come applicarlo concretamente a un progetto di film.
V.R.:
Alla fine, è tutta una questione di tempo e denaro. L’Audience Design non ha bisogno di molti soldi all’inizio, si tratta di creare consapevolezza: è importante che tutto il team del film sia consapevole degli obiettivi del progetto. Quanto al tempo, da produttore, quando hai una bozza finale, puoi prenderti uno o due giorni e contattare un audience designer nel tuo territorio con cui fare una chiacchierata. Puoi così creare un pacchetto di idee che il tuo agente di vendita potrà inviare ai distributori locali in modo che possano ispirarsi per creare qualcosa di più speciale intorno al film. Perché l’Audience Design? Perché vogliamo che i film vengano visti!

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