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LES ARCS 2018

Katharina Mückstein • Regista di L’Animale

"Lasciamo che la società faccia pressione su di noi"

di 

- La cineasta austriaca Katharina Mücksteinparla di L’Animale, scoperto a Berlino e in concorso al Les Arcs Film Festival

Katharina Mückstein • Regista di L’Animale
(© Elsa Okazaki)

Apprezzata nel 2013 per il suo primo lungometraggio, Talea [+leggi anche:
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intervista: Katharina Mückstein
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, la cineasta austriaca Katharina Mückstein ha presentato la sua nuova opera, L’Animale [+leggi anche:
recensione
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intervista: Katharina Mückstein
scheda film
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, al Panorama della Berlinale 2018. L’abbiamo incontrata in occasione del 10° Les Arcs Film Festival dove il suo film era selezionato in concorso.

Cineuropa: Come è nata l’idea di L’Animale?
Katharina Mückstein: Ho realizzato il mio primo lungometraggio, Talea, con Sophie Stockinger come attrice principale. All’epoca aveva 14 anni. Avevo voglia di scrivere una nuova sceneggiatura per lei, quindi sapevo sin dall’inizio che ci sarebbe stata una giovane donna al centro della storia di L’Animale. Volevo anche parlare del grande conflitto inerente all’essere umano tra la razionalità e la passione. Inoltre, poiché ho fatto degli studi sulla questione del genere prima di andare alla scuola di cinema, sapevo che sarebbe stato un film femminista che avrebbe affrontato il tema del genere e dell'identità sessuale. Ho lavorato alla sceneggiatura per due anni e la storia si è evoluta molto prima di arrivare alla sua forma definitiva.

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Perché ha collocato l’azione in un contesto tra la città e la campagna?
Mi interessava anche il tema della natura. Parlare di identità significa riferirsi alla natura. Ma ciò che consideriamo naturale dipende in realtà dalla nostra cultura. La nostra definizione di natura è legata alla nostra storia culturale e non al nostro essere autentico. Quindi volevo che il film si svolgesse in un luogo dove natura e civiltà si incontrano, e questo è il caso della periferia delle città in cui si sente l’urbano senza esserci. La città è sempre un oggetto del desiderio, dove si vuole andare, dove si ripongono tutte le speranze, ma allo stesso tempo siamo sempre di fronte alla natura e forse alla domanda di cosa significhi nelle nostre vite il fatto di fondersi con essa.

Perché ha inserito nella storia tutti quegli elementi legati al motocross?
La prima ragione è semplicemente che mi piace il movimento nei film. Girare scene d'azione mi attrae molto come regista. Poi ho trovato interessante mettere questa ragazza nel bel mezzo di un gruppo di ragazzi, darle una moto da guidare, un'attività molto maschile, e che fosse una vera "campionessa" in questo campo. Sophie ha dovuto imparare a guidare una moto e si è allenata molto, proprio come i ragazzi del film. Tecnicamente, è stato piuttosto difficile da filmare, ma è stato talmente emozionante farlo che spero davvero di poter girare di nuovo delle scene d'azione nei miei prossimi film.

Tutti i personaggi del film sembrano divisi tra chi sono veramente e ciò che la società li spinge ad essere.
Viviamo in un’epoca in cui si parla molto di libertà e sembra che la libertà individuale sia l'obiettivo finale da raggiungere nelle nostre vite. Ma allo stesso tempo, lasciamo che la società faccia pressione su di noi per farci volere ciò che essa vuole. A volte pensiamo di volere qualcosa, ma in realtà è quello che ci è stato insegnato a volere. Penso che il libero arbitrio sia difficile e volevo dimostrare che, qualunque sia l'età o se siamo una donna o un uomo, questa pressione sociale è sempre presente.

La questione delle frontiere fluide dell’identità sessuale è anche al centro del film.
Il vecchio modo di pensare è riflettere solo in termini di categorie uomo/donna. Ovviamente, se lo facciamo, saremo sempre bloccati in modo di pensare stile "le donne sono così, gli uomini sono così". Secondo me, il modo più interessante di pensare sarebbe chiedersi come si possano accettare tutte le persone così come sono e lasciare che realizzino ciò che possono realizzare, al di là della loro biologia. Penso che ci stiamo avvicinando, ma è un processo difficile. Dobbiamo lavorare a livello personale e a livello politico. Questo non è un argomento facile perché devi parlare di sentimenti nascosti, desideri nascosti, ma anche di privilegi che sono dati ad alcune persone e che ora gli vengono tolti, il che fa male. È un processo doloroso che a volte sembra una guerra, ma se guardi da una prospettiva più ampia, alla fine darà più libertà a tutti. Nel film, volevo anche dimostrare che non sono solo le donne che soffrono di disuguaglianza sessuale, ma anche gli uomini che semplicemente non se ne rendono realmente conto perché sono in una posizione privilegiata. Attraverso il carattere del padre, vediamo che il modo in cui consideriamo la mascolinità è molto limitato e mette molta pressione sugli uomini, e neanche questo mi piace. Penso che tutti noi dobbiamo cominciare a emanciparci da questi muri che ci vengono costruiti intorno.

(Tradotto dal francese)

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