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James Gardner • Regista di Jellyfish

"Jellyfish è parte del dibattito che promuove una maggiore comprensione di come possiamo migliorare la nostra società"

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- Abbiamo parlato con il regista britannico James Gardner, il cui film d'esordio, Jellyfish, ha vinto il Premio Cineuropa al Mons International Film Festival

James Gardner  • Regista di Jellyfish

Abbiamo intervistato il regista britannico James Gardner, il cui film di debutto, Jellyfish [+leggi anche:
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intervista: James Gardner
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, ha esordito l’anno scorso al Tribeca e ha recentemente vinto il premio Cineuropa al Mons International Film Festival.

Cineuropa: Qual è stato il motivo che l’ha spinta a realizzare questo film?
James Gardner: L’idea alla base di Jellyfish era quella di raccontare la storia di un’adolescente che scopre di avere un talento nascosto ed esaminare come quest’ultimo venga soffocato dalle circostanze familiari. La mia idea ruotava attorno a Sarah, la sua famiglia e Margate… Venne tutto da sé, ma non presi immediatamente coscienza del fatto che stessi raccontando la storia di una giovane badante. Ero a conoscenza di queste giovani figure, ma finché non cominciai a sviluppare l’idea e ad informarmi adeguatamente non capii la gravità di una situazione indiscutibilmente critica. Attualmente solo l’Inghilterra conta oltre 800.000 giovani badanti tra gli 11 e i 18 anni che, senza percepire alcun compenso, si occupano di uno o più membri della propria famiglia; ed è inaccettabile che nessuno fornisca a questi ragazzi vulnerabili i giusti sussidi. Mi rattrista dirlo, ma nonostante Jellyfish sia frutto di fantasia tutto ciò che è stato scritto all’interno del film è ispirato a fatti realmente accaduti.

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Crede che il suo film trasmetta un messaggio politico?
Penso che sia quasi impossibile creare arte che sia completamente apolitica poiché sarà sempre inserita in un contesto spazio-temporale ben definito. Come registi, bisogna esserne pienamente consapevoli; tuttavia non azzarderei a dire che Jellyfish veicoli un messaggio apertamente politico in quanto non è stato concepito né come un film di propaganda, né come mezzo per affermare una determinata questione politica. Viene visto in questo modo a causa della realtà in cui viviamo. Jellyfish è parte del dibattito che promuove una maggiore comprensione di come possiamo migliorare la nostra società.

Come ha impostato il lavoro con gli attori, in particolar modo con la strabiliante Liv Hill?
A causa del budget scarso, non avevo grandi aspettative sulla tabella di marcia delle prove con l’intero cast. Gran parte della mia preparazione con gli attori è consistita, quindi, in incontri individuali precedenti alle riprese. Sono stato molto fortunato a trovare attori così disponibili perché non avevano alcun tipo di incentivo finanziario per lavorare al film e proprio per raggiungere lo scopo abbiamo concepito l’intera produzione come se fosse un gruppo socialista all’interno del quale ciascuno, dall’alto al basso, sarebbe stato pagato solamente a rate. Questa era l’unica soluzione che potevamo permetterci per realizzare il film. Per quanto riguarda il personaggio di Sarah, è stato molto difficile rintracciare un’attrice giovane che fosse capace di sostenere sulle sue spalle il peso della responsabilità di un lungometraggio. Dopo sette mesi di ricerca, pensai che forse avevamo scritto una sceneggiatura impossibile. Tuttavia dopo svariate audizioni, self-tape, sfilate, email, telefonate e quant’altro ci capitò, per caso, l’occasione perfetta. Cyril Nri [Mr Hale] ricevette un’offerta di lavoro che combaciava con i giorni delle nostre riprese; il suo agente mi chiamò per capire come stesse andando il film e se avessi trovato Sarah. Risposi negativamente e infatti mi trovavo sul punto di posticipare i lavori per la seconda volta, ma lo stesso agente mi propose il self-tape di un cliente che aveva appena firmato il contratto con lui. Si trattava di Liv e per quanto possa suonare come una frase fatta, dopo aver visto appena cinque secondi di quel filmato capii che avevo trovato Sarah.

L’atmosfera del film è abbastanza cupa. Può raccontarci meglio come ha gestito le luci?
Desideravo fortemente che il film avesse un’estetica che fosse il più naturalistica possibile. Jellyfish è un dramma che affronta i problemi conflittuali di tutti i giorni di conseguenza sapevo che avrei creato la versione più avvincente e forte della vicenda solo se fossi riuscito a rendere il film molto verosimile agli occhi degli spettatori. Una delle mie scene preferite è la resa dei conti tra Karen e Sarah dove quest’ultima è in ombra mentre Karen è illuminata così intensamente da riuscire a notare addirittura il dettaglio dei suoi occhi. Durante il montaggio ci accorgemmo che non ci eravamo concentrati abbastanza su Sarah in quanto io e lo sceneggiatore eravamo completamente ipnotizzati dall’altra protagonista in scena. Ciò che rappresenta questa scena è proprio il contrasto fra luce e tenebre, commedia e tragedia.

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(Tradotto dall'inglese da Laura Comand)

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