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CANNES 2019 Concorso

Mati Diop • Regista di Atlantique

"Il mio cinema è irrorato dall'assenza di confini"

di 

- CANNES 2019: La cineasta francese Mati Diop ci parla del suo primo lungometraggio, Atlantique, presentato in concorso a Cannes

Mati Diop • Regista di Atlantique

Film audace e molto singolare svelato in competizione al 72mo Festival di Cannes, Atlantique [+leggi anche:
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trailer
intervista: Mati Diop
scheda film
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, girato a Dakar, è il primo lungometraggio di Mati Diop.

Cineuropa: Atlantique abbraccia molti temi. Qual era l’idea iniziale?
Mati Diop:
È cominciato con un cortometraggio che feci nel 2009 e che metteva in scena un giovane uomo che racconta ai suoi due migliori amici il suo viaggio in mare dalle coste del Senegal alla Spagna, da dove era stato subito rimpatriato e dove voleva andare a cercare lavoro e guadagnarsi da vivere. Avevo solo voglia di registrare la sua storia, giacché all’epoca il modo in cui i media parlavano di immigrazione clandestina era per me riduttivo e fuorviante: la dimensione umana, individuale, delle persone era completamente mistificata. Avevo da un lato il punto di vista dei media in Francia, mentre in Senegal avevo un rapporto stretto con questa situazione, perché passavo un sacco di tempo con mio cugino che aveva vent'anni e con i suoi amici. Molti di loro volevano andarsene. Ho avuto molte discussioni con loro e così ho avuto una posizione di ascolto che mi ha permesso di avvicinarmi a questi problemi. Durante queste discussioni, queste testimonianze che ho raccolto e registrato, ho sentito cose che mi hanno colpito molto. Era un periodo molto intenso: gran parte dei ragazzi che incontravo erano così ossessionati dall'idea di andare in Spagna, ma soprattutto di andarsene dal Senegal, di sparire da lì, che ho avuto l’impressione che già non ci fossero più, che fossero già altrove. E poiché c'erano così tanti dispersi in mare, ho iniziato a guardare l'oceano in modo diverso. Fondamentalmente, ho iniziato a guardare Dakar come una città fantasma ed era come se l'oceano stesso avesse risucchiato quei ragazzi. È un delirio, ma è il mio delirio di cineasta. Ho un modo di interpretare le cose da un certo punto di vista per restituire qualche forma di verità. 

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L'iniezione nel film della dimensione fantastica, da dove viene?
È al contempo il modo in cui ho percepito le cose e il fatto che in Africa, almeno in Senegal, non ci sono confini tra il visibile e l'invisibile, il reale e l’irreale. In qualche modo, il mio cinema è irrorato dall'assenza di confini. Tra documentario e finzione, visibile e invisibile, neanche io guardo le cose in questo modo. Forse sono influenzata dalla cultura senegalese, africana, ma siccome sono anche un’appassionata di cinema, so che ci sono codici che appartengono al genere fantastico. Nel mio film, ne faccio uso, ma il fantastico non viene da fuori, bensì rientro in questa tradizione e lo uso per raccontare. Più che altro, in Africa il fantastico è inerente alla realtà.

Al di là di questi ragazzi che scompaiono e riappaiono in modo molto strano, il film è soprattutto il ritratto di una giovane donna.
È la questione dei dispersi in mare attraverso il punto di vista e l'esperienza delle donne che rimangono a casa. Ma l'idea non era di raccontare delle donne che vivono solo in negativo rispetto all’attesa dell’essere amato, in negativo rispetto agli uomini. Bisognava stare molto attenti a questo. Volevo provare a parlare delle conseguenze intime su questa ragazza, di come ciò la cambia come persona, come cambia il suo ambiente, il suo rapporto con il mondo, con il tempo, con le emozioni. Filmare la sua vita, i suoi amici, il suo entourage, coloro che sostengono che si debba sposare, coloro che invece l'aiutano a scegliere la sua vita. Era davvero filmare la metamorfosi di una ragazza segnata dalla perdita della persona amata, ma la scomparsa del suo amore la risveglia anche a una dimensione di se stessa finora un po’ sbiadita, assopita. È anche un modo per dare un senso alla scomparsa di questi ragazzi, come se avessi rifiutato che la loro scomparsa in mare segnasse una fine: è un modo per farli esistere attraverso queste ragazze.

Quali erano le sue intenzioni principali in materia di messa in scena?
Associo il cinema fantastico a un'estetica piuttosto leccata e molto minuziosa, una composizione dell’inquadratura e una coreografia davvero millimetriche. Ma è qualcosa che non corrisponde affatto alla mia personalità e neanche al lato caotico e vivace dell'Africa. Quindi, la sfida era essere in un racconto e in una struttura molto rigorosa, ma trovare un equilibrio con il caos.

(Tradotto dal francese)

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