email print share on Facebook share on Twitter share on reddit pin on Pinterest

CANNES 2019 Concorso

Elia Suleiman • Regista di It Must Be Heaven

"Il divario di classe ed economico, la migrazione, l'ansia e la violenza: di questo parla il film, fondamentalmente"

di 

- CANNES 2019: Abbiamo incontrato il regista palestinese Elia Suleiman per parlare del suo film in corsa per la Palma d'Oro, It Must Be Heaven

Elia Suleiman  • Regista di It Must Be Heaven

It Must Be Heaven [+leggi anche:
recensione
trailer
intervista: Elia Suleiman
scheda film
]
è il terzo lungometraggio di Elia Suleiman a partecipare in concorso al Festival di Cannes. Il film prosegue le avventure del personaggio muto che lo stesso Suleiman interpreta, e che va in giro osservando le molte assurdità del mondo che lo circonda. Nei suoi lavori precedenti, questo Jacques Tati palestinese era rimasto in patria, invece in It Must Be Heaven viaggia per Parigi e New York, solo per scoprire che altrove è tutto altrettanto strano e complesso quanto a casa.

(L'articolo continua qui sotto - Inf. pubblicitaria)

Cineuropa: It Must Be Heaven la vede tentare di arrivare all'essenza di ciò che significa essere non solo palestinesi, ma outsider. Ha sentito che doveva allontanarsi dal conflitto arabo-israeliano in questo film?
Elia Suleiman:
No, non l'ho sentito affatto. Penso che stavo solo cercando di dire che il conflitto ha esteso i suoi tentacoli a qualsiasi altra parte del mondo e che c'è una "palestinizzazione" globale dello stato delle cose. È in pratica ciò che questo film cerca di indicare, in realtà. Voglio dire, lo stato di eccezione, lo stato di polizia e la violenza sono ora come un terreno comune ovunque andiamo. La tensione e l'ansia sono praticamente ovunque, e non è più solo un conflitto locale. 

Perché ha scelto Parigi e New York?
Per la ragione molto, molto semplice – quasi semplice quanto lo sono io – che non volevo fare il film in posti che non mi sono familiari. L'ho fatto una volta, ed è stato fantastico. New York e Parigi sono due luoghi in cui ho vissuto a lungo –14 anni lì e 14 anni là – quindi ho familiarità con l'umorismo e l'atmosfera di quei luoghi.

Le scene a Parigi spiccano perché ha girato con le strade completamente prive di persone e automobili. Perché ha fatto questa scelta?
Mostrare le ossa nude di Parigi è rivelare il sottoproletariato, rivelare gli oppressi, i senzatetto, i poveri, gli arabi inseguiti dalla polizia, lo stato di polizia. Volevo renderlo davvero evidente e non realistico, ovviamente, e per farlo, avevo bisogno di fare ciò che ho fatto. In qualche modo, speravo sempre che, se l'avessi fatto, la domanda da porre sullo stato delle cose sarebbe diventata più importante di quanto sarebbe stato se lo avessi fatto con l'animazione, o con un realismo di qualche tipo.

La prima volta che vediamo Parigi è in una versione da cartolina, e poi mostra gli addetti alle pulizie. Voleva dimostrare che esiste una diaspora collettiva di persone che vengono schiacciate dall'Europa e dall'America?
Non intendevo dirlo; è semplicemente evidente. Fondamentalmente, il divario di classe ed economico, la migrazione, l'ansia e la violenza – di questo parla il film. Parla di discriminazione. Parla di declassamento in base al colore. È ciò che questo film cerca di rivelare, e collega tutto questo al colonialismo.

(Tradotto dall'inglese)

Ti è piaciuto questo articolo? Iscriviti alla nostra newsletter per ricevere altri articoli direttamente nella tua casella di posta.

Leggi anche