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Laure de Clermont-Tonnerre • Regista di The Mustang

"È il radicamento nella realtà che mi permette di creare la finzione"

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- La regista francese Laure de Clermont-Tonnerre parla del suo primo lungometraggio, The Mustang, girato negli Stati Uniti, presentato al Sundance e in uscita in Francia

Laure de Clermont-Tonnerre  • Regista di The Mustang

Interpretato dal belga Matthias Schoenaerts, affiancato da Jason Mitchell, Bruce Dern e Gideon Adlon, The Mustang [+leggi anche:
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trailer
intervista: Laure de Clermont-Tonnerre
scheda film
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, primo lungometraggio della francese Laure de Clermont-Tonnerre è stato girato negli Stati Uniti e in lingua inglese. Presentato fuori concorso al Sundance, il film è lanciato il 19 giugno nelle sale francesi da Ad Vitam.

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Cineuropa: Perché ha deciso, dopo il suo corto Rabbit, di continuare a esplorare con The Mustang il tema della riabilitazione dei detenuti a contatto con gli animali?
Laure de Clermont-Tonnerre
: Mi sono sempre interessata alla questione del significato della punizione, dell'impatto della punizione e del carcere sull'uomo, dell'assurdità del sistema correzionale. Ora, la terapia animale può riabilitare l'uomo, riparare le ferite. Ho passato anni a studiare il concetto di seconda chance perché penso che quando ne scrivi, ci sia necessariamente una parte di noi che ci parla. Questo mi ha permesso di esplorare una zona un po’ opaca di me stessa perché sentivo fortemente questo problema della reclusione. Quindi è in realtà molto personale.

Parte delle riprese in carcere, ex detenuti nel cast, l’addestramento di mustang: perché ha scelto di preservare la massima autenticità?
È il mio processo creativo: adoro fare ricerche e la mia visione da regista proviene da esse. Quando lessi questo articolo sulla terapia animale in carcere che mi ha ispirato Rabbit e che ho continuato ad esplorare, ho scoperto questo programma di riabilitazione con cavalli selvaggi in Nevada. Sono andata lì immediatamente. Ho intervistato quanti più uomini possibile che mi ispirassero veramente, il che mi ha permesso di determinare l'arco di Roman, il personaggio principale del film, di approfondire e iniettare molti dettagli specifici che hanno ancorato questa storia nella sua realtà, lasciandomi al tempo stesso la libertà dell'invenzione cinematografica come con la tempesta, i cavalli in cucina, la liberazione del mustang, tutti gli elementi che non sono realistici e che provengono dalla mia stessa ispirazione. Amo il mix di autenticità e finzione con poesia e sogni. È il radicamento nella realtà che mi permette di creare la finzione.

Spesso si sente dire che girare con gli animali è un vero incubo. Come è stato per lei con i mustang?
Avevamo un addestratore di cavalli molto esperto che aveva lavorato a Lo stallone nero e L’uomo che sussurrava ai cavalli, che capiva dunque molto bene le esigenze del film e sapeva come inserire un cavallo in una squadra di cinema. Ha orchestrato il lavoro con i cavalli molto bene, il che non era scontato e ha richiesto molta disciplina da parte della troupe e degli attori.

Riguardo alla messa in scena, ci sono molti contrasti tra l’interno e l’esterno della prigione. Quali erano le sue intenzioni principali?
Volevo creare una sorta di vertigine tra l'interno e l'esterno, con un interno un po’ claustrofobico e un esterno che segue sempre i movimenti del cavallo e dell'uomo, questa danza, questo dialogo invisibile molto coreografato, ma sempre con una parte di improvvisazione. Ho scelto un capo operatore, Ruben Impens, con una camera molto immersiva per consentire una grande agilità nell’inquadratura. Era anche importante creare un montaggio estremamente netto e nitido. Quindi, il suono è venuto a supportare questa messa in scena. Tutto è stato costruito su questa ambivalenza e questa dualità.

Una cineasta francese, un’opera prima in lingua inglese girata negli Stati Uniti: come è riuscita a finanziare il film?
È stato un po' un'impresa. Essendo io francese e Matthias Schoenaerts – che si è unito molto rapidamente al progetto – belga, il punto di partenza era trovare denaro in Europa. Avevamo France 3, Canal+ e il tax shelter belga, ma ci mancava la maggior parte. La compagnia di distribuzione statunitense Focus Features si è quindi innestata nel finanziamento, con una parte inglese.

Quanto hanno contato il passaggio del progetto al Sundance Lab e la presenza di Robert Redford come produttore esecutivo del film?
Questo ovviamente ha dato un sigillo di qualità e di sicurezza. I Lab di Sundance sono piuttosto selettivi e ho trovato negli Stati Uniti un nido e una famiglia creativa che ha potuto aiutarmi e permettermi di condurre le mie ricerche. Ho beneficiato di una borsa del Sundance e di un’altra di scrittura della San Francisco Film Society. Ed è vero, il fatto che Robert Redford abbia voluto subito accompagnare il film come una sorta di padrino creativo, ha naturalmente suscitato una certa curiosità.

(Tradotto dal francese)

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