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KARLOVY VARY 2019 East of the West

Pavol Pekarčík • Regista di Silent Days

“L'intento era creare una foto che contenesse al suo interno un film”

di 

- Il filmmaker slovacco Pavol Pekarčík parla a Cineuropa di Silent Days, che tratta di un gruppo emarginato all'interno di un gruppo emarginato, di autenticità e del rapporto tra fotografia e cinema

Pavol Pekarčík • Regista di Silent Days
(© Karlovy Vary International Film Festival)

Pavol Pekarčík, montatore, direttore della fotografia e regista slovacco noto per aver co-diretto il controverso documentario Velvet Terrorists [+leggi anche:
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, ha presentato il suo ultimo lavoro, Silent Days [+leggi anche:
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, la cui prima mondiale si è tenuta nell’ambito del concorso East of the West del Karlovy Vary International Film Festival. Il film segue le vite di alcuni bambini disabili appartenenti a una comunità Rom in una serie di scene girate in piano sequenza. Il regista ha parlato con Cineuropa di Silent Days, di autenticità e del rapporto tra fotografia e cinema.

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Cineuropa: Aveva già lavorato ai lungometraggi di Martin Šulík (Gypsy [+leggi anche:
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), oltre ad aver co-diretto il premiato documentario Velvet Terrorists. Come mai ha deciso di proseguire con la forma documentaria e realizzare Silent Days?
Pavol Pekarčík: Non sono sicuro che Silent Days abbia una forma documentaria. Né di che cosa sia un documentario. Non mi piacciono le definizioni restrittive, credo che nel cinema le categorie si contaminino tutte, ed è difficile sceglierne una in particolare in cui incasellare il film. Succede spesso che gli sceneggiatori riportino nei loro film situazioni o dialoghi a cui hanno assistito. Lo stesso è accaduto nei film che ha citato, sono pieni di cose osservate nella realtà. Nel caso di Silent Days, quello che mi stava più a cuore era mantenere un senso di autenticità, principio che ho applicato a ogni aspetto del film. Non ho voluto modificare le scene riprese con il montaggio o cambiare il formato delle immagini e dover poi ripetere l’azione sullo schermo.

Silent Days è caratterizzato da scene riprese da una telecamera statica, fissa nella stessa, immutabile angolazione. Sembrerebbe quasi una serie di fotografie viventi. Perché ha scelto questo tipo di approccio visivo?
È piuttosto una questione di linguaggio visivo. Mi sono interrogato sul rapporto tra il mezzo fotografico e quello cinematografico mentre li stavo usando entrambi, e questo è il risultato. L’intento era quello, come dice lei, di creare una foto che contenesse un film al suo interno.

Un altro motivo per il quale il film è costituito da scene a inquadratura fissa è che avendo a disposizione il quadro generale di ciò che sta accadendo, senza tagli, per lo spettatore diventa possibile costruirsi il proprio film. Anziché concentrare la propria attenzione sui principali aspetti compositivi della storia selezionati dal regista, può liberamente andare alla loro ricerca all’interno di questa foto a enorme risoluzione, realizzando il suo personale montaggio. Per questo motivo se due persone vedono il film, ognuna di loro ricorderà le stesse scene ma con significati diversi.

Silent Days era in concorso nella sezione East of the West del KVIFF. Il film sembra girato da una prospettiva osservazionale, ma ha dichiarato di avere anche scelto di applicare alcuni aspetti di messa in scena. Come mai?
Silent Days è nato come un documentario. Tuttavia, quando si gira un film di tipo osservazionale, arriva il momento in cui la storia ha bisogno di una conclusione, oppure sorge la necessità di inserire degli elementi costruttivi che aiutino a narrarla. È questo il momento in cui sono intervenuto. Se avessimo continuato a riprendere secondo quel criterio avremmo dovuto aspettare una svolta critica della vicenda, magari per anni. Per quanto riguarda l’influenza degli elementi di messa in scena sull’autenticità del film, sta al pubblico giudicare, sempre che riescano a trovarli.

I suoi protagonisti appartengono a un gruppo di emarginati a sua volta parte di un gruppo di emarginati. Perché ha scelto di ritrarre proprio loro, nello specifico?
La società di oggi è terribilmente dispersiva. Viviamo distaccati gli uni dagli altri, e le comunità stanno svanendo. Il sostegno reciproco tra le diverse comunità sta scomparendo, così come la solidarietà che nasce da questo tipo di rapporti. Molti ragazzi là fuori non hanno mai incontrato una persona Rom o disabile in tutto il loro percorso educativo. La società li sta marginalizzando sempre più. E questi giovani che non hanno mai vissuto al di fuori della loro bolla stanno cominciando a entrare nei ministeri e nella pubblica amministrazione. Come possiamo aspettarci che abbiano anche solo la minima comprensione nei confronti delle persone che dovrebbero aiutare?

Il film è un modo per sbirciare in uno di questi altri mondi, per mostrare i suoi problemi e le sue gioie. Scopriamo che anche i bambini disabili appartenenti a un gruppo emarginato hanno i loro sogni, e questo dovrebbe aiutarci a provare più empatia, o addirittura spingerci a fare qualcosa per aiutarli. È quello che mi aspetto dagli spettatori.

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(Tradotto dall'inglese da Michela Roasio)

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