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LOCARNO 2019

Lili Hinstin • Direttrice artistica, Festival di Locarno

"Voglio che il Festival di Locarno sia molto libero nelle sue scelte"

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- Incontro con Lili Hinstin, nuova direttrice artistica del Festival di Locarno, per parlare della 72ma edizione, delle sue ambizioni e delle novità rispetto al passato

Lili Hinstin • Direttrice artistica, Festival di Locarno

Cineuropa ha incontrato Lili Hinstin, nuova direttrice artistica del Festival di Locarno, per parlare della 72ma edizione che si svolgerà dal 7 al 17 agosto, delle sue ambizioni e delle novità rispetto al passato.

Cineuropa: Qual è il tocco personale che vuole dare alla manifestazione? Quali sono i suoi obiettivi a breve e lungo termine?
Lili Hinstin: Voglio che il Festival di Locarno sia molto libero nelle sue scelte. Ad esempio, a livello di industria, non sceglierò un film solo perché è svizzero. Non farò scelte diplomatiche. Abbiamo deciso che se non ci fossero stati buoni film svizzeri non li avremmo messi a tutti i costi. Non penso sia un buon servizio per il cinema svizzero. Il caso vuole che quest'anno abbiamo visto ottimi film svizzeri, con gesti cinematografici molto liberi e soprattutto film che testimoniano un importante rinnovamento generazionale. È una regola importante che ci siamo dati, è una scelta politica importante per noi in veste del più grande festival svizzero. Ovviamente abbiamo una particolare attenzione per la cinematografia nazionale e vogliamo che ci siano film svizzeri al festival, ma non vogliamo che ce ne siano per una questione di rappresentatività.

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La stessa cosa per l'industria internazionale. Non scegliamo un film solo perché abbiamo rapporti buoni e fedeli con un venditore o un distributore. A volte è molto difficile rifiutare il film di un cineasta la cui completa cinematografia ci piace. La programmazione nasce da una proposta collettiva del nuovo comitato di selezione. Vogliamo mantenere un’integrità artistica totale.

Nel mio progetto, tutti i film proposti nel programma devono provenire da una proposta estetica e quindi politica. È un insieme aperto ma allo stesso tempo rigoroso e sottile. In breve, una riflessione sull'arte cinematografica.

Credo che questo faccia davvero parte della tradizione del festival. Come direttrice artistica penso che il punto di partenza del mio lavoro sia l'interpretazione di un patrimonio, di una storia legata al festival. Penso che il Festival di Locarno sia sempre stato un "ricercatore", un luogo di scoperta di nuovi gesti contemporanei. In questo senso, mi iscrivo pienamente nella linea dei miei predecessori.

Nella competizione internazionale si nota la presenza di molti film europei, tra cui produzioni e coproduzioni francesi. Come lo spiega?
Secondo me ci sono solo due film francesi nel Concorso internazionale: quello di Nadège Trebal e quello di Damien Manivel. Terminal Sud [+leggi anche:
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di Rabah Ameur-Zaïmeche è indicato come francese, ma in realtà si tratta di un regista algerino. È un film che parla della storia dell'Algeria, quindi lo vedo quasi più come un film algerino che francese. The Fever [+leggi anche:
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intervista: Maya Da-Rin
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di Maya Da-Rin che è una coproduzione tra Brasile, Francia e Germania rimane a mio avviso un film molto brasiliano, con una regista brasiliana e girato in Brasile. È come a Cannes, dove penso ci sia il 50% di produzioni e coproduzioni francesi in programma, e questo mostra anche la forza del sistema economico francese. È un'economia aperta anche a livello internazionale, che aiuta e supporta i cinema di tutto il mondo. A volte ci sono venditori internazionali che sono coinvolti nel finanziamento dei film, ma non penso che quest'anno ci siano più film francesi nella Competizione internazionale.

Riguardo al gran numero di film europei, è la stessa osservazione che abbiamo fatto con il comitato di selezione. Ci sono davvero molti film europei nel programma. Questa è una tendenza che abbiamo incontrato quest'anno anche in altri importanti festival, ma non saprei spiegarla. Naturalmente, anche se si desidera che la programmazione sia bilanciata e che i film vengano da tutto il mondo, ad esempio dalla Cina o dall'America Latina, non è sempre così. Nella decisione finale ciò che è importante è sempre il gesto cinematografico. La nostra vocazione non è quella di proporre un panorama internazionale. Ci sono alcuni direttori artistici che hanno pensato alla selezione più in questa direzione, ma non io.

Quale posto riserva ai giovani cineasti nel programma ma anche nelle sezioni e attività parallele?
A livello di programmazione, Locarno ha una sezione (Cineasti del presente) interamente dedicata ai primi lavori (primo, secondo e terzo film). Questo è il luogo in cui troviamo anche proposte molto radicali, nuove, libere ma come tutto il resto della programmazione è molto vario, molto eclettico.

L'altra questione importante per noi è quella dei giovani come pubblico. In questo caso, è più un lavoro di ricerca del pubblico. Penso che dal punto di vista della programmazione ci rifiutiamo completamente di considerare che un film debba essere scelto perché potrebbe piacere a un pubblico giovane, non ci credo affatto.

Lavoro con selezionatori piuttosto giovani, in particolare il comitato di selezione dei cortometraggi, guidato da Charlotte Corchète che ha solo 26 anni. In questo senso, c'è anche una sorta di adeguamento generazionale tra le persone che scelgono i film e il pubblico a cui miriamo. Si tratta anche di come raccontare e organizzare il programma, ad esempio, presentando le seconde serate in Piazza Grande con il nome di Crazy Midnight. Facciamo questo per raggiungere un pubblico giovane che riteniamo possa voler andare a vedere un film a mezzanotte. È un modo piuttosto divertente per nominare le cose, per indicare che è per loro e aperto a loro. Poi, molto concretamente, c'è questo meraviglioso progetto proposto da uno dei collaboratori storici del festival, Stefano Knuchel, che si occupa anche della Filmmakers Academy, che è il BaseCamp. La città di Losone, vicino a Locarno, ha messo a disposizione del festival un'ex caserma militare enorme in cui sono stati installati 200 posti letto, il che ci consente di accogliere circa 270 giovani per tutta la durata del festival a un prezzo simbolico di 100 chf, accredito incluso. È un'azione molto pragmatica per dare accesso al festival a un pubblico giovane che non ha necessariamente molti mezzi.

Si può parlare di un rinnovamento del cinema svizzero?
Per quanto riguarda i giovani cineasti svizzeri è palese. Nella Competizione internazionale troviamo Basil Da Cunha, un nome noto ai cinefili internazionali perché il suo primo lungometraggio è stato alla Quinzaine des Réalisateurs alcuni anni fa. Il suo secondo lungo è molto atteso. Poi, per aprire la competizione Cineasti del presente c'è un film straordinario di una giovane regista, Klaudia Reynicke, sostenuto dalla Ticino Film Commission, chiamato Love Me Tender. È un film estremamente libero e audace, con una regia magnifica e con un protagonista femminile che tiene il film sulle sue spalle. È davvero la rivelazione di un'attrice. C'è anche l'ultimo film di Maya Kosa e Sergio da Costa, cineasti habitué dei festival sin dal loro primo cortometraggio e che hanno portato il loro primo lungo al Forum di Berlino. Siamo molto felici di mostrare il loro secondo film, L’île aux oiseaux. È davvero un rinnovamento generazionale, credo.

(Tradotto dal francese)

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