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SAN SEBASTIAN 2019 New Directors

Delphine Lehericey • Regista di Le Milieu de l'Horizon

"Le domande poste dal film nel 1976 riecheggiano quelle che ancora si pongono le donne oggi"

di 

- Incontro con Delphine Lehericey in occasione della prima mondiale del suo nuovo film, Le Milieu de l'Horizon, nella sezione New Directors a San Sebastian

Delphine Lehericey • Regista di Le Milieu de l'Horizon

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, la storia senza tempo di un'estate calda in cui corpi e spiriti si emancipano. L’abbiamo incontrata in occasione della prima mondiale del film nella sezione New Directors del 67° Festival di San Sebastian.

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Cineuropa: Il film sorprende per il suo approccio quasi carnale alla ruralità e all'agricoltura, in un periodo cruciale in cui queste sono disumanizzate dalla corsa al profitto.
Delphine Lehericey:
È anche ciò che mi ha attratto di questo film, tornare alle origini. La terra. Essere dinanzi alla vita o alla morte. Non fare un altro film di discussioni nei saloni o nei caffè. Essere di fronte a persone che perdono tutto, altre che cucinano, che coltivano. Non vengo da lì, e non volevo tradire quella bellezza. È stato molto forte ritrovarsi con una sceneggiatura che racconta il momento in cui abbiamo voluto rendere ciò disumano e meno nobile negli anni ‘70. Facciamo un po’ di soldi e compriamo migliaia di polli, peccato per il modo in cui li si tratta. Ecco perché il film ha questo aspetto classico. Filmare la natura rimette le cose in prospettiva.

Chi è Gus, il protagonista del film?
È un ragazzo che ha un'età affascinante, ancora un po’ nell'infanzia, con già un piede nell'adolescenza. Nell’arco di un mese e mezzo d'estate, crescerà in un colpo solo. È più un sognatore che un contadino. Le condizioni in cui vive non lo soddisfano, ma il suo destino vuole che vi si sottometta, e la rabbia aumenta.

Tanto più che Gus è circondato da donne forti, in piena ribellione o emancipazione. Era importante portare uno sguardo femminile su questo amore nascente e su queste rivoluzioni femminili?
Queste sono domande che mi pongo spesso. Siamo in un momento della storia degli uomini e delle donne molto importante. È un peccato essere sempre in opposizione, bisognerebbe parlare di #metoo in una forma di solidarietà. Lo sguardo maschile e lo sguardo femminile sono qualcosa che ho sempre sentito da quando guardo film o leggo libri. Tutti abbiamo scoperto l'arte, il cinema, la letteratura, principalmente attraverso le opere degli uomini. Rendersi conto improvvisamente che ci sono anche opere di donne, e che sono diverse, è uno shock, politico ed estetico. Oggi il compito è decostruire ciò, teorizzarlo.

Ho pensato molto a come avrei filmato Laetitia Casta in relazione a questo. È un'icona femminile e sensuale. Volevo un'attrice popolare, che potesse portare lo spettatore con sé mentre lascia la sua famiglia. È già un modo di vederla diversamente. Non si ha la stessa visione di una donna che si innamora di un'altra donna quando si è un uomo o quando si è una donna. Non guardiamo negli stessi posti. C'è una scena di transizione, quando il bambino guarda sua madre baciare Cécile. Bisognava non essere nella bellezza, né nell'erotismo, ma nello sconvolgimento.

Ci sono, naturalmente, uomini che hanno una sensibilità benevola e gentile, che filmano le donne con rispetto e integrità. Lo sguardo femminile, direi che è anche il luogo in cui ci si trova, è mettere questa riflessione sullo sguardo portato sulle donne al servizio di una storia, in modo che sia un po’ più complesso di quanto sembri. Con il film, raccontiamo anche un po’ di un'era. Succede negli anni '70, ma le domande che emergono riecheggiano quelle che ancora si pongono le donne oggi. Anche gli uomini si chiedono: non starò subendo anch’io questa forma di patriarcato? Io stessa nel 2016 ho attraversato cose molto violente rispetto alle scelte che ho fatto... Ma per fare queste scelte nel 1976, che coraggio!

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(Tradotto dal francese)

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